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Lezione francese Quanti riflessi

 

E’ sempre difficile ipotizzare ricadute nazionali di elezioni tenute in un altro paese; eppure anche questa volta fior di commentatori italiani hanno speso la loro competenza per argomentare sui riflessi delle elezioni regionali francesi nella politica italiana, che dovrebbe risultare sconvolta dall’avanzata dell’estrema destra d’Oltralpe. Ben più fredde le reazioni in altri paesi europei, dove si preferisce attendere il risultato del secondo turno, che comunque servirà solo a delineare la nuova geografia del potere locale in Francia. La stessa che resta molto meno determinante rispetto alle politiche nazionali di quanto non sia, per esempio, in Italia e in Germania. Naturalmente, l’avanzata del partito di Marine Le Pen, fortemente antieuro e antieuropeista non può non preoccupare quanti hanno a cuore il futuro dei paesi che si riconoscono in un destino comune costruito sulle rovine del secondo conflitto mondiale e da allora in poi sempre consolidato ed esteso nel Vecchio Continente. Ora sembra che l’Europa unita sia ad un bivio cruciale, e certamente sono state la crisi economica ed una palese incapacità ad affrontare emergenze come quella dell’emigrazione ad agitare il fantasma della disintegrazione. Nei prossimi anni, appuntamenti elettorali ben più importanti delle regionali francesi – il referendum britannico sulla permanenza nell’Unione, le elezioni presidenziali in Francia e le legislative in Germania – diranno autorevolmente se l’Europa ha ancora delle chances di futuro e in quale direzione si incamminerà. Nel frattempo, se una lezione si può trarre dalla Francia è quella relativa al sistema elettorale e alla sua influenza sulla geografia politica nazionale. Negli anni, il sistema maggioritario a doppio turno in vigore con la Quinta repubblica, ha garantito la semplificazione della rappresentanza costringendo le forze politiche che hanno superato il primo turno ad accordarsi nei ballottaggio secondo criteri di omogeneità. Al secondo turno, dunque, restavano in campo solo due partiti anche se inizialmente i competitori erano quattro o cinque. Questo schema è stato via via corroso dall’entrata in lizza del Front National, che rifiuta ogni alleanza (essendo a sua volta rifiutato) e si gioca in solitario la partita elettorale. Finora, la leggera prevalenza del Fn al primo turno non ha mai comportato un successo al ballottaggio. I seguaci della Le Pen (e prima di suo padre Jean-Marie) hanno solo due seggi all’Assemblea nazionale eletta nel 2012, e alle elezioni presidenziali del 2002, quando arrivarono al ballottaggio contro Chirac non superarono il 18% dei voti (contro Sarkozy nel 2007 e contro Hollande nel 2012 non entrarono in ballottaggio). Ora, come detto, tutto ciò potrà cambiare, ma non subito; anche questa volta, infatti, i due partiti che si alternano al governo – socialisti e conservatori – hanno deciso di accordarsi per sbarrare il passo all’avversario antisistema. Si vedranno presto i risultati di questa manovra. Ma intanto, per rientrare in Italia, va rilevato che il sistema elettorale dell’Italicum, approvato dal parlamento e quindi in vigore ma non ancora sperimentato, è quello che più si avvicina in termini di garanzia della stabilità e della rappresentanza al sistema francese che, finora, ha dato buona prova. Si è detto che l’Italicum era stato concepito nell’ipotesi che il partito vincitore del primo turno superasse il 40% e quindi si aggiudicasse il premio di maggioranza alla Camera. Oggi i sondaggi non assicurano a nessuno dei contendenti (che saranno tre o quattro) di raggiungere quella soglia, e quindi la partita si riduce al testa a testa nel ballottaggio fra i primi due. In ogni caso, chiunque risulti vincitore, la maggioranza e quindi la governabilità dovrebbe essere garantita. Si parla di riaprire la questione del premio, che la legge riserva alla lista vincente e non ad una eventuale coalizione, ma se si decidesse di cambiare si tornerebbe alle maggioranza indistinte e litigiose che la storia politica italiana ben conosce. Gli esempi più recenti sono quelli dei governi dell’Ulivo, fra il 1996 e il 2001: tre esecutivi in cinque anni, con un numero sempre in aumento di ministri e sottosegretari per accontentare tutti i partiti coalizzati (da 55 a 75 fra il primo governo Prodi e il secondo Amato). Il successivo governo Prodi II raggiunse il massimo di 103 fra ministri, viceministri e sottosegretari, il che non gli impedì di cadere dopo meno di due anni di vita, nel 2008. Se non si vuol ripercorrere quella strada, l’unica è mantenere fermo il premio al primo partito. Si capisce che i gruppi minori di sinistra si battano per il premio alla coalizione, cercando uno spazio autonomo all’ombra del Partito democratico; ma sono proprio loro che in Francia hanno relegato i socialisti di Hollande in terza posizione, costringendoli ad autoescludersi dai ballottaggi più importanti. Una lezione per l’Italia.

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