“Queste poesie non cantano la fine della paura ma un impulso forte a uscirne fuori”. Un impulso che deriva dall’amore e dalla poesia, compagnie preziose in “questa epoca che sembra raccontare la fine del mondo” e che non si può certo affrontare da soli. Scrive così il poeta e paesologo Franco Arminio nello spiegare la scelta di tornare alla poesia d’amore in “L’incredibile non si può dire a tutti”, edito da Rizzoli. Un libro che Arminio presenterà ad Avellino il 12 giugno, alle 18, a Villa Amendola, nell’ambito della rassegna Intrecci. A portare i propri saluti il presidente dell’Associazione Intrecci Massimo Montanile. Introduce la professoressa Milena Montanile. Ad accompagnare la presentazione gli interventi musicali di Eduarda Iscaro.
Arminio ci ricorda come nessuno aveva gli strumenti necessari per affrontare questo tempo fatto di “pestilenza delle anime”, che richiede coraggio e condivisione, pazienza di cercare, speranza di coltivare la pace: “Non sono utili i pensieri stoccati nei millenni, le abitudini e le virtù che ci troviamo. Se c’è una strada alla vita amorosa e a quella sociale è aprirsi all’impensato e farlo subito”. Un “tempo iroso in cui nessuno stava calmo” in cui “L’orrore partoriva altri orrori, ogni amore era pieno di paure, anche il nostro, ma quando chiudevi/le braccia intorno a me/veniva a trovarci una luce sulla lavagna del buio, disegnava /il luogo esatto della gioia”. “Mi hai portato – spiega – la grande commozione/di svegliarmi/ di sentire/la tua voce che saluta/le mie/e le tue labbra. Ora canta per te anche il buio che c’e”. L’amore riesce a guardarci dentro, a farci sentire vivi, a restituire luce all’oscurità, riesce ad andare al di là della foga dei corpi, è materia e spirito, è “la sensazione di poter dare a un altro/un pezzo della nostra vita” ma è anche la capacità di intravedere “lo sguardo preciso delle nuvole/l’osso misterioso in cui andiamo/a prendere lo slancio degli abbracci”, di entrare nell’anima di chi amiamo, di diventare l’altro da sè “voglio guardare cosa guardi/sentire con chi parli/voglio vederti qui e fuori dal mondo”. E’ una “fragilità eterna”, debole e fortissimo “è il tremore di avere i giorni contati” e chiede prove strane “come mettere un filo/ d’erba dentro un muro/e credere ne possa uscire un prato”. Attraverso un linguaggio capace di conservare intensità, anche nel racconto del quotidiano, di andare al di là di luoghi comuni, attraverso l’uso costante di antinomie, Arminio evoca la forza di un sentimento che riesce a metterci in contatto con ciò che è fuori da noi, a spalancare cancelli, ci apre all’invisibile, richiama il divino “Ti amo per rompere ogni recinto/entrare in uno spazio più grande/Amarti è solo l’inizio/del mio amore”, capace di “spezzare il sonno/con un fiocco di neve”, poiché “Amarsi/è l’ultima/e la prima insurrezione/scuotersi, partorire/luoghi, scene, vigilie”, capace di coniugare l’incredibile e il quotidiano, di dare colore alle cose “una meraviglia a bassa voce/piccola, clandestina/come un bacio/in cui scoppia la tristezza/vola via”, proprio come ”attraversare i paesi del Sud/perdersi nei vicoli e poi trovarsi/baciarsi davanti alle ombre/che ha lasciato qui/chi è andato via”.
Una metafora, quella del paese, che ritorna più volte come quando l’io poetico chiede di vincere l’isolamento a cui appare condannato “toglimi la piazza/dalla pianta dei piedi/prova ad aprire/le porte chiuse”. L’unica soluzione è cercare, dunque, l’incredibile dove non ci aspetteremmo mai di trovarlo “nel centro silenzioso delle cose/e poi torniamo all’incredibile/che è in mezzo a noi”. Consapevoli che l’amore riesce a unire, a fondere carne e respiro, perché “quando ci baciamo/sentiamo vicinanze/che non sono nostre/come ciò che lega le stelle/ai cavalli delle giostre”, l’amore riesce a salvarci regalandoci “un pugno di attimi senza paura/un tempo in cui l’ardore divampa/e ti illumina nella mia mente”, “pretesa di dare un’ossatura all’infinito”, facendo dell’abbraccio fondamento dell’avvenire, scoprendo che “tutte le storie alla fine sono vane/ma com’è alta la vita/vicino alle tue labbra innamorate” proprio come la poesia, una scrittura furiosa poiché “devo parlare/in questo buio/una volta per tutte/mi devo spogliare”, antidoto per “gli amori che non sanno amarsi”. Proprio come il canto del corpo che “sa cose che neppure immaginiamo, è lui che scrive le poesie”, serve a fare un famiglia, oppure a conoscere Dio, “crede alla poesia, al calore della carne più che alla burocrazia bigotta di dargli norme” ma prima “va cantato, onorato, amato in tutti i modi”. Di qui l’invito a cadere “ma almeno metti fine/alla paura di cadere”, a scappare “verso la dolcezza del mondo “oltre questa nebbia/e questo muro di parole/che ogni giorno ci cade addosso” a scoprire che “E’ adesso il tempo/e non dura tanto/per sapere cosa vuol dire amare/per sentire che tutto è santo”, poiché l’unico esercizio possibile è restare insieme “Ognuno canta la sua paura/sperando/che la senta qualcuno e la paura poco alla volta/si spegne tra le braccia dell’amata/e tu spegni la tua”.


