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L’Irpinia del primo dopoguerra nel libro di Annibale Cogliano

di Fiorenzo Iannino

Col volume ‘L’Irpinia dal dopoguerra all’avvento del fascismo’, edito da Quaderni Irpini-La Valle del Tempo, Annibale Cogliano propone un’analisi accurata di documenti finora inediti, trascurati o decontestualizzati: un’occasione utile per riaprire il dibattito (se mai c’è stato) sulle origini e sulla successiva evoluzione del fascismo irpino.  

Il filo rosso che lega le vicende consumate in poco più di un quinquennio è costituito dal repentino declino del variegato fronte liberale che, convinto di poter ancora esercitare la propria egemonia, non comprende i radicali cambiamenti determinati dalla tumultuosa irruzione delle masse nella scena politica. Novità che si esprimono innanzitutto attraverso l’organizzazione di un diffuso sia pur eterogeneo movimento combattentistico, egemonizzato da tanti ex ufficiali ammaliati dalle sirene nazionalistiche e dannunziane. Conati di potenziale modernizzazione del sistema politico provengono, per vie diverse, dall’azione di popolari e socialisti: lo scudocrociato, che nel 1919/20 ottiene incoraggianti risultati politici ed amministrativi, sarà ridimensionato e ‘normalizzato’ da spregiudicate manovre avversarie, di cui è regista il giolittiano Rubilli; i socialisti, pur vitali nelle rare aree operaie (dove conquistano anche importanti amministrazioni comunali), saranno inesorabilmente sconfitti dopo la Marcia su Roma.

L’assunzione al potere di Mussolini ed il sia pur tardivo dilagare della violenza squadrista (ancora oggi la memoria di Lazzaro Battista attende di essere moralmente e politicamente riscattata) convincono gli antichi leaders liberali ad indossare disinvoltamente la camicia nera: ‘Da questo momento, nel solco del tradizionale trasformismo, tutte le anime notabilari, senza eccezione alcuna, si prodigano in una ressa frettolosa o per fiancheggiare Mussolini al Governo o per occupare cariche politiche ed istituzionali’. Consumato il delitto Matteotti, dalle piazze e dalle urne la lotta si trasferisce nei palazzi del fascio provinciale, dove si consuma una feroce faida che provocherà l’allontanamento di Giovanni Preziosi (protetto da Farinacci) e l’ascesa indiscussa del principe del foro Alfredo De Marsico, che Mussolini amava definire ‘il liberale di Avellino’.

Non è semplice essere storici del Novecento in provincia, dove le reticenze e le indulgenze su uomini e cose generano interpretazioni sommarie e dicerie leggendarie. Per nostra fortuna, le ricerche di Cogliano scuotono puntualmente questo torpore: non è cosa da poco in un momento in cui, anziché attingere alla fonte della storia, si tende ad eluderla.

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