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25 aprile, Cogliano: così Avellino dimostrò di non essere asservita al fascismo. Viviamo una crisi profonda ma c’è chi resiste

“Siamo in un momento di grave crisi di identità e di governo, è in corso una guerra civile strisciante. Malgrado ciò c’è una società civile, rappresentata da una galassia di associazioni che resiste al gioco repressivo in atto. E’ evidente che chi governo non ha un progetto politico credibile, né esistono vere forze progressiste”. Lo sottolinea con amarezza il professore Annibale Cogliano nel corso del confronto al Circolo della stampa sulla Resistenza dimenticata, introdotto dal presidente provinciale dell’Anpi Giovanni Capobianco che ricorda come furono 700 i combattenti partigiani stimati in Irpinia, con undici caduti in città, tra questi una donna, Gaetana Staffieri di Vallata. Un dato che emerge dallo studio di imminente pubblicazione curato da Cogliano insieme ad Anna Giardino, Ciro Labruna e Pasquale Di Lorenzo, pubblicato dall’Anpi di Forino, dedicato ai Partigiani d’Irpinia. “Avellino nel ’43 rappresenta l’esempio di una città non asservita al fascismo. Straordinaria l’azione di uomini come il vescovo Bentivoglio che, all’indomani dei bombardamenti, soccorrerà i feriti e i moribondi. Sarà lui a denunciare con veemenza poi in occasioni solenni (capodanno del ‘43 e pasqua del 1944) la responsabilità e la compromissione delle autorità civili e politiche, sia per la loro fuga dalla città, sia per la compromissione diretta di alcuni di loro nel saccheggio della città”

Ricorda la storia di un gruppo di giovani del Partito d’azione, “guidati dal giovanissimo Antonio Maccanico, impegnati nella propaganda contro il regime, attraverso la pubblicazione di volantini contro la monarchia e il fascismo. Sono ragazzi universitari e liceali che saranno costretti a pagare il loro impegno con il carcere. A salvarli sarà la menzogna dell’allora direttore del Carcere che, ai tedeschi che hanno invaso la città, spiegherà di averli già liberati. Nelle loro fila anche Federico Biondi, Camillo Marino, che diventerà scrittore e critico cinematografico e Rodolfo De Rosa di appena 14 e 15 anni. E sono davvero tanti i giovani che sposano la causa della Resistenza e sfidano la morte, molti anche i soldati al fronte che matureranno la scelta di non combattere a sostegno della Repubblica di Salò, i cosiddetti Internati Militari Italiani. Senza dimenticare le rivolte che caratterizzeranno alcuni paesi, da Frigento a Lacedonia”. Ma Cogliano pone l’accento anche sul contributo offerto da un altro gruppo di formazione eterogenea, “guidato da Luigi Borriello, capace di riunire esponenti della Sinistra, del Partito d’azione, badogliani, avvocati, medici, militari che progettano di resistere ai tedeschi e tentano di avere accesso alle armi. Alla vigilia dei bombardamenti, mettono in atto un’azione di sabotaggio, tagliando i collegamenti telefonici tra i gruppi tedeschi in città. Il 14 settembre avevano, invece, programmato un’insurrezione che salta a causa dei bombardamenti. Molti di quei militanti, sopravvissuti alle bombe, saranno i primi a soccorrere i feriti, continuando a svolgere un ruolo di testimonianza forte nella città”. E non nasconde l’amarezza per un capoluogo che continua ad essere “conservatore per certi tratti, a dispetto di una minoranza solidale”. Ribadisce come “Avellino avrebbe potuto opporre valida resistenza: è sede di Distretto militare con un centinaio di soldati, sede di scuola di centinaia di Allievi ufficiali e di Allievi istruttori premilitari, sede di centinaia di soldati anti-paracadutisti Ma dal capo militare della provincia arriverà il via libera, che sarà l’inizio di violenze e razzie ai danni di case e magazzini”

E spiega come “se non ripartiamo dalla lotta intorno ai valori di libertà e uguaglianza non ci sarà futuro per le forze democratiche”. Toccante la testimonianza di Anna Giardino che consegna la storia del nonno partigiano Michele “Fu catturato in Francia e portato in un campo di prigionia a Marsiglia.  Destinato alla fucilazione, si salvò per un caso fortuito: incontrò un omonimo di suo fratello Sabato che lo impiegò al reparto saldature; al suo posto fu fucilato un altro prigioniero gravemente ferito ad una gamba e non più idoneo al lavoro. Una volta finita la guerra, non sapeva come tornare a casa dalla Francia. Fu costretto a mettersi in cammino e tornare a piedi. Eravamo piccoli quando ha cominciato a raccontarci dell’esperienza della guerra. E’ importante trasmettere la storia del sacrificio di questi uomini alle nuove generazioni”. Bello anche il video realizzato dagli studenti del Virgilio, guidati dalla docente Claudia Iandolo, dedicato proprio al 25 aprile.

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