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L’Italia dei post terremoti

 

Un altro terremoto con oltre 290 morti e, forse se ne scaveranno altri, e nuove macerie. Da quello del Belice del 1968 a quello di Amatrice del 24 scorso, seme sono succeduti ben 12: 1971: Toscania (Lazio), 1976: Friuli, 1979 Norcia, 1980 Irpinia, 1964, Lazio e Molise, 1990 Noto (Sicilia), 1997 Umbria/ Marche, 2002 Puglia/Molise, 2009 L’Aquila, 2012 Modena/Ferrara, 2016 Amatrice) causando 5000 vittime, 15.000 feriti e 500.000 sfollati con un costo di 150 miliardi di euro. Ce ne saranno altri perché l’Italia è un paese ballerino e una faglia consistente corre sotto gli Appennini. Ventisei milioni di Italiani vivono in zone ad altissimo rischio sismico: lo sappiamo tutti e lo sanno anche loro, m non possono farci nulla. I terremoti non si possono prevedere dove e quando verranno, però si possono prevenire. In Giappone e in California, paesi a rischio come l’Italia, si sono attrezzati e convivono con essi limitando al massimo i danni e soprattutto i morti. Zamberletti, mitico commissario del terremoto dell’Irpinia, ha detto giustamente che non è il terremoto che uccide, ma la casa che crolla. Anche da noi sarebbe possibile evitare almeno un numero eccessivo di morti se solo i nostri politicanti fossero un po’ più lungimiranti e si adoperassero per mettere in sicurezza il nostro patrimonio edilizio, privato e pubblico, (musei, monumenti, palazzi storici, Chiese, campanili). Sarebbe un obbiettivo sommamente e moralmente apprezzabile e costituirebbe, in questo difficile momento di stagnazione economica, anche un sicuro rilancio per l’economia. Dove si è costruito con norme antisismiche o si sono messi in sicurezza i vecchi edifici (non come la scuola di Amatrice, crollata!) anche se solo con reti elettrosaldate per reggere i solai e catene per le mura, come a Norcia, a pochi chilometri dalla zona colpita, dopo l’esperienza dei terremoti del 1979 e 1997, i danni sono stati contenuti e, soprattutto, non ci sono stati morti. Ma la politica, quasi tutta, di destra e di sinistra, pensa ad altro, salvo piangere, ad invocare unità nazionale e a presenziare i funerali quando capitano le disgrazie, molte volte prevedibili. Passata l’emergenza, campa cavallo! Per il terremoto dell’Aquila, a sette anni dal sisma, sono ancora sfollati 9.000 aquilani ed il centro storico è, ancora in gran parte, da ricostruire. Le new towne (nuove città di eleganti case prefabbricate costate 2500 euro al mq, ed inaugurate in pompa magna da Berlusconi, con lo champagne nel frigo) stanno per cadere a pezzi e i cittadini se ne allontanano perché vogliono tornare nelle loro case e ricostruire la loro comunità. Sono stati spesi finora 4,4 miliardi e ne mancano ancora 3. Che fare? Innanzitutto ricostruire i paesi distrutti facendo tesoro dell’esperienza del passato ed evitando la corruzione e la speculazione privata e dei soliti imprenditori che si arricchiscono sulle disgrazie degli altri, magari ridendone e brindando; in secondo luogo aumentando la prevenzione, anche con l’insegnamento nelle scuole ed, infine e non da ultimo, con la messa in sicurezza delle case e del nostro patrimonio artistico che il mondo ci invidia e ci invita a preservare. Certo ci vuole più di qualche centinaio di miliardi e più di una decina di anni, ma si deve pur cominciare. Dove prendere i soldi che l’Europa non ci darebbe e che non potremmo aggiungere al nostro scandaloso debito pubblico? Innanzitutto cambiando radicalmente mentalità e obbiettivi politici e strategia; Renzi ha deluso profondamente perché tutto ha fatto fuorché rottamare il vecchio modo di far politica. Bisognerebbe finirla con le grandi opere, il Ponte sullo stretto, la Tav, le Olimpiadi del 2024, altre autostrade. Invece drastiche riduzioni di spese militari e dei costi della politica, lotta all’evasione, alla speculazione privata, alla corruzione, alla mala amministrazione, alla mala imprenditoria e al saccheggio del territorio: un grande piano decennale con fissazione di obbiettivi annuali e verifiche serie. Gli scandali del post terremoto dell’Irpinia con i suoi sprechi, le ruberie la famelicità di imprenditori disonesti (anche e soprattutto del Nord) dovrebbero averci insegnato qualcosa. A noi irpini, molto.
edito dal Quotidiano del Sud

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