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L’Italia e l’Europa tra due fuochi

La strage compiuta nella cattedrale di Nizza da un fanatico islamista partito dalla Tunisia e sbarcato in Italia solo poche settimane fa aggiunge una nuova drammatica dimensione alla crisi che investe il nostro Paese, l’Europa e il mondo dall’inizio di questo luttuoso 2020. All’emergenza sanitaria si somma quella terroristica: entrambe hanno un carattere di imprevedibilità che rende loro più insidiose e noi più indifesi. Non sappiamo dove e come colpirà un virus che ingenuamente ritenevamo sconfitto; pensavamo forse, con altrettanta superficialità, che la multinazionale dell’odio fosse in fase di ripiegamento, mentre stava solo cambiando faccia, e non mancavano segnali di allarme provenienti da uno scacchiere ben più ampio di quello che più da vicino ricade sotto la nostra osservazione. Per come è stata programmata e realizzata, la strage di Nizza rivela una mutazione della strategia del terrore che ricorda quella del SARS-CoV-2, il virus che ha prodotto “una crisi globale con conseguenze di natura sociale ed economica che rischiano di accentuare la conflittualità in diverse aree del mondo”. La frase appena riportata fra virgolette è citata dal comunicato conclusivo della riunione del Consiglio supremo di difesa che si è tenuta al Quirinale all’inizio della settimana sotto la presidenza del Capo dello Stato: segno che il parallelismo fra emergenza sanitaria e allarme sicurezza è tutt’altro che arbitrario; anzi, il contesto internazionale, “reso più instabile dagli effetti della pandemia”, ci svela che “il terrorismo transnazionale resta una minaccia, soprattutto nelle aree più fragili”, tanto che “la criticità dell’attuale situazione impone di non abbassare la guardia e di continuare a contribuire con decisione alle iniziative tese a contrastare il fenomeno”. Siamo tutti, insomma, presi tra due fuochi; e rischiamo (è inutile nascondercelo) di restare vittime della nostra cronica incapacità di affrontare e vincere la duplice sfida mettendo in campo l’unico strumento adeguato, che il Quirinale indica nel “rilancio del multilateralismo, della solidarietà e della cooperazione”. Da questo punto di vista, appare evidente la debolezza della risposta alle insidie del momento presente. La recrudescenza autunnale dell’emergenza sanitaria ha colpito l’Italia nel bel mezzo di una congiuntura politico- istituzionale che i partiti, il governo, le forze sociali non appaiono in grado di fronteggiare con il necessario spirito unitario dettato dalla consapevolezza dei rischi incombenti sulla salute pubblica e sulla stessa convivenza sociale. La legislatura iniziata con le elezioni del marzo 2018 ha visto un andamento schizofrenico e non riesce a trovare una sua stabilità. Ad una scadenza fisiologica (il settennato di Mattarella si conclude nel gennaio 2022), si aggiunge l’incognita determinata dall’esito del referendum sulla composizione del Parlamento: ne nasce un rebus complicato che la politica è chiamata a risolvere con strumenti che si rivelato inadeguati anche per via dell’intrecciarsi di tattiche personalistiche e divergenti. Se allarghiamo lo sguardo all’Europa, la vediamo vittima dello smarrimento di valori condivisi e quindi incapace di offrire agli Stati membri un punto di riferimento saldo che apra la strada per un rilancio che guardi al futuro. Fra due mesi si conclude la presidenza tedesca, nata con l’ambizione di offrire una prospettiva di superamento della crisi sociale e sanitaria all’insegna di una maggiore integrazione e di un salto di qualità nel segno del recupero dei principi che ispirarono i Padri fondatore. Il tempo che resta è poco: se non riusciremo a superare tutti insieme la difficile congiuntura in cui siamo precipitati, sarà vana anche la miope aspirazione a cavarsela ognuno per sé. Vale per l’Europa, vale per l’Italia.

di Guido Bossa

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