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L’Italia sgonfia senza slancio

 

Un’Italia sgonfia, inerte e senza slancio. La descrizione del nostro paese è del premio Nobel Dario Fo che proprio oggi compie novant’anni. E’ preoccupato perché un po’ tutti noi siamo prigionieri delle chiacchiere, delle balle, dell’ipocrisia, del tormentone per cui tutto va bene, tutto è meraviglioso. L’accusa indiretta e non troppo velata è a questi ultimi vent’anni, dal berlusconismo al renzismo, la litania resta quella dei cieli azzurri, dello starete sempre meglio ed invece l’inversione di marcia non c’è mai. Vede la società attuale senza stimoli, tante persone, anche giovani, che tirano a campare o addirittura si lasciano comprare, che leccano i piedi e accettano mortificazioni pur di stare a galla. E’ così che uno muore perché ha sposato l’ovvio, il banale. E allora Fo rimpiange il passato, di quando lui ha cominciato a fare l’attore. Oggi – ripete – l’Italia l’abbiamo peggiorata moltissimo. Allora poteva capitare quel che è capitato a me, che oggi sarebbe impossibile. Ed inoltre c’era un pubblico che voleva la satira, che non si accontentava delle verità ufficiali, che dettava i temi. Era il pubblico che ci chiedeva di parlare della morte di Pinelli o delle stragi di Stato. Con Morte accidentale di un anarchico portavamo nei palazzetti dello sport diecimila persone. L’Italia adesso è addormentata. L’unica vera speranza non solo per il nostro paese è affidata a Papa Francesco che a Dario Fo piace moltissimo perché dice cose fuori dal coro soprattutto quando afferma che il denaro è lo sterco del diavolo, che l’amore per i poveri è nel Vangelo prima che nel marxismo. E’ vero, ma non lo ricordavano mai. E poi mi piace perché parla dell’altro Francesco che era un autentico rivoluzionario. E quest’aggettivo a Dario Fo calza a pennello. Lui figlio di un ferroviere e di una contadina e che comincia inventando storie recitate in chiave farsesca e satirica. La collaborazione spesso conflittuale con la RAI dove lavora insieme alla compagna di una vita Franca Rame. Alla fine degli anni sessanta in un paese che cambia, che si avvia alla stagione dei diritti , Dario Fo mette in scena a teatro "Mistero buffo", la sua opera forse più famosa che sviluppa la ricerca sulle origini della cultura popolare. Nell’originale e geniale operazione di Fo, i testi riecheggiano il linguaggio e il parlato medioevale, ottenendo questo risultato tramite un miscuglio di dialetto "padano", di espressioni antiche e di neologismi creati dallo stesso Fo. E’ il cosiddetto "Grammelot", uno stupefacente linguaggio espressivo di sapore arcaico, integrato dalla plastica gestualità e dalla mimica dell’attore. E questa sua genialità lo porta anni dopo a ricevere nel 1997 il premio Nobel per la letteratura con la motivazione di aver emulato i giullari del medioevo. Un modo diverso di raccontare, una passione per la lingua che lo stesso Dario Fo ricorda che è nata “ nel paese in cui sono nato e cresciuto, sul Lago Maggiore, che era noto per essere un paese di fabulatori. Frequentando questa gente dalla memoria portentosa, i maestri soffiatori di vetro, ho imparato il senso più vero della lingua, che è essenzialmente gestualità. L’incanto delle forme onomatopeiche, lo stupore che sempre si rinnova giocando con le parole, mi ha insegnato a scartare i termini banali, ad andare più in fondo possibile, per cercare e portare alla luce la ricchezza del linguaggio, che dà colore alla narrazione. Anche le parole che non sono nuove, anche le parole più vecchie, se adoperate con estro, con fantasia, possono illuminare, dare forma alla realtà, fare i fuochi d’artificio. Ho sempre privilegiato la dimensione orale della letteratura: un respiro, uno sghignazzo, un’esclamazione, un pianto possono coinvolgere, emozionare anche l’analfabeta. La voce scalda le cose, le parole vanno masticate”.
edito dal Quotidiano del Sud

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