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Più si avvicina la data del referendum e più lo scontro tra i sostenitori del sì e del no aumenta. Matteo Renzi dopo aver puntato sui contenuti della riforma torna a spingere sulla personalizzazione. E così disegna la battaglia referendaria come una guerra dei mondi, il vecchio contro il nuovo. E dove ovviamente il cambiamento coincide con la sua persona. Il vecchio invece è rappresentato da chi si nutre di ogni tipo di risentimento come il Movimento Cinque Stelle e la Lega di Salvini o come la sinistra del suo partito incarnata da D’Alema e Bersani che mai hanno voluto accettare la leadership renziana. Una minoranza interna che Renzi è riuscito proprio alla vigilia del referendum a dividere. Cuperlo ha accettato la modifica alla legge elettorale ma non lo hanno fatto né Bersani e nemmeno Speranza. Al momento è più una scrittura privata che un vero accordo politico ma tanto basta al segretario per ribadire che chi è contro la riforma è in realtà solo contro di lui. La modifica all’Italicum contiene tutto quello che finora aveva sempre chiesto la minoranza e cioè l’eliminazione del ballottaggio, il premio di coalizione, il ritorno ai collegi uninominali, perfino l’elezione diretta dei nuovi senatori. Si vedrà se questa correzione della legge elettorale è una mossa tattica o di più lungo respiro. Tutto dipende dall’esito del 4 dicembre. Renzi però è chiamato a decidere perché il rafforzamento dei populismi e del grillismo in particolare richiede che nella riforma elettorale si tenga conto di eventuali aggiustamenti per evitare una deriva eccessivamente autoritaria. Come dice l’ex ministro Fabrizio Barca “Renzi in Italia ha anticipato il sentimento anti-establishment, ma il rischio in questo modo è di aprire la strada a chi usa quello stesso linguaggio in maniera più convincente". Intorno al Presidente del Consiglio si è creato un gruppo di potere, una sorta di cerchio magico molto ristretto. Renzi adesso è ad un bivio. L’esito del referendum segnerà il suo futuro. Potrebbe portare insomma alla crisi di questo gruppo dirigente se vincerà il No oppure ad un rafforzamento della sua capacità innovativa se dovesse prevalere il Si. All’interno del suo partito c’è chi come D’Alema è convinto che dopo l’eventuale vittoria al referendum nascerebbe il PdR cioè il partito di Renzi che con la riforma costituzionale si è posto fuori dai valori del Pd. Tra i 2 e i 3 milioni di nostri elettori si sono silenziosamente scissi dal partito e c’è il rischio concreto – avverte sempre D’Alema – che il sentimento di estraneità sia destinato a crescere. Preoccupazioni che intravede anche Bersani. Per l’ex segretario è necessario che dopo il referendum il governo corregga la narrazione e l’agenda. Renzi dovrebbe sfidare in campo aperto i Cinque Stelle e costruire contemporaneamente una vera alternativa alla destra. Consigli interessati che Renzi al momento raccoglie a metà. Ripete che il referendum non è il congresso del PD e chi vuole farlo deve aspettare il 5 dicembre e comunque si augura che un congresso lo facciamo anche gli altri, invece di stare dentro un blog. Insomma il clima tra i democratici è sempre incandescente. L’ultimo momento di unità si è raggiunto ai tempi dell’elezione di Sergio Mattarella al Quirinale. Un punto di massima unione mai più raggiunto in seguito. Una giornalista come Annalisa Cuzzocrea, attenta alle vicende di casa PD, sostiene che questa situazione “andrà avanti fino al 4 dicembre. Ma poi, per quanto ancora? Abbiamo una classe dirigente come Willy il coyote – dice Massimo D’Alema – semina trappole terribili e poi ci finisce dentro. Parlava dei renziani, ovviamente. Ma forse, senza saperlo, parlava di tutto il Pd”.
edito dal Quotidiano del Sud

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