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L’urlo silenzioso del Sud diventi un canto corale

Cambiare è necessario perché l’Irpinia, questo Sud assoggettato, non ripeta e non riparta sempre da quella storia che inizia dove finisce. E la storia dei giorni nostri racconta di una realtà che ha conosciuto in profondità lo scardinamento delle fondamenta di una comunità deprivata. Cambiare è necessario perché l’Irpinia, questo Sud assoggettato, non ripeta e non riparta sempre da quella storia che inizia dove finisce”. E la storia dei giorni nostri racconta di una realtà che ha conosciuto in profondità lo scardinamento delle fondamenta di una comunità deprivata della sua dignità di abitare questa terra, di vivere in questo territorio ostaggio di un passato politico che è zavorra. Ora, però, deve essere il tempo della riscoperta della condivisione, deve tornare il tempo dell’impegno attivo condiviso. Il corpo esangue dell’Irpinia è stato svuotato dalla drammatica ripresa dell’emorragia demografica causata dalla piaga della nuova emigrazione. Ma chi è rimasto deve ritrovare il coraggio di uscire dalle proprie case, di superare le barricate dell’indifferenza, della rassegnazione, della disillusione, di riversarsi in queste piazze vuote deserte angoscianti per ripopolarle di una presenza che dovrebbe essere soprattutto testimonianza di un “io ci sono”, di un “io esisto” declinati al plurale, affermando il diritto/ dovere a volere un’altra Irpinia, a pro-gettare un nuovo territorio. Non bisogna più tacere, è il momento di gridare il proprio dissenso, e di negare il proprio assenso, è il momento di dichiarare “non nel mio nome” in faccia a chi vorrebbe continuare a perpetrare lo scellerato scempio del paesaggio, di chi compie scelte che non fanno altro che arricchire le solite cricche a danno di una collettività, a volte, colpevolmente silente, saccheggiando le risorse di un territorio che si vede mettere, un giorno sì e l’altro pure, le mani in tasca. Ieri l’acqua, per non parlare di terra e vento, domani chissà, forse vorranno portarsi via quel che resta di questa terra puntualmente saccheggiata, ad ogni occasione, umiliata, ormai indifesa. La conseguenza, inevitabile, della marginalità dell’Irpinia, nella cartina politica del Paese, è davanti ai nostri occhi spaventati increduli. Una terra senza difese che vede esposto il territorio al sistematico prelievo delle risorse strategiche di cui dispone. Cambiare è necessario per riappropriarsi di una dimensione biopolitica, che parla di acqua aria terra. Alla rassegnazione, strisciante e dilagante, bisogna far posto alla fiducia nel pensare “un’altra Irpinia, un altro Sud possibili”. L’imperativo categorico che attende il futuro prossimo è tentare, cercare la strada della risalita, e serve anche la rabbia per uscire da questo interregno che va interpretato come il vecchio che non muore e il nuovo che non nasce. L’urlo silenzioso, rabbioso, individuale di chi fin ora ha gridato il proprio personale sdegno a queste classi dirigenti, a questa classe politica, deve trasformarsi in un canto corale di vero autentico cambiamento e rinnovamento, che per concretizzarsi necessitano di un momento di rottura assoluta. La politica, una certa politica, ha avvelenato le sorgenti dalle quali doveva sgorgare un futuro diverso, che oggi non si intravede o è lontano, se non impossibile. A questa terra non resta che cambiare affinché non sia costretta a raccontarsi, come in un abisso senza fine, sempre “la stessa storia che inizia dove finisce”.

di Emilio De Lorenzo

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