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Maccani: la mia Agata, emblema di libertà. Rendo giustizia alla fatica e al sacrificio di tante donne

“Agata è l’emblema della libertà, è una giovane donna che precorre i tempi, una disobbediente, come tutte le protagoniste dei miei libri. In una società dominata dalla cultura patriarcale sceglie sè stessa. Del resto, se non ci fossero donne come lei, le battaglie per i diritti e l’emancipazione non ci sarebbero mai state. E’ chiaro, poi, che in poche hanno il coraggio di seguire chi sceglie strade diverse da quelle già percorse”. Racconta così Francesca Maccani, scrittrice trentina ma ormai palermitana d’adozione, la protagonista del suo romanzo “Agata del vento”, edito da Rizzoli, presentato ieri alla libreria Mondadori, nell’ambito del ciclo di incontri curato dalla libreria Assunta D’Amore. A dialogare con lei la giornalista Floriana Guerriero. “Agata – spiega Maccani – è una quindicenne che fa la pescatrice, scopre di avere un potere misterioso, sa guarire le malattie, sa cogliere frammenti di futuro, sa dialogare con le forze della natura, è una majara, come ne esistevano tante sull’isola, che si interroga su cosa fare del dono che ha ricevuto, un dono che è anche una condanna, come accade sempre con tutti i talenti. Penso anche a quello della scrittura. Agata sceglie di infischiarsene delle convenzioni della società del tempo e di cercare di realizzare sè stessa, senza preoccuparsi di dover essere soltanto moglie e madre, come imponeva il suo tempo”.

Spiega come l’idea del racconto sia nata “da una gita scolastica all’isola di Lipari, dove è ambientato il romanzo. Sono un’insegnante, ero lì con i miei studenti, siamo stati costretti a fermarci un giorno in più a causa delle condizioni metereologiche proibitive e la guida ci ha accompagnato alla scoperta dei segreti dell’isola, indicando i luoghi in cui vivevano alcune tra le majare più conosciute. Vinta dalla curiosità, ho cominciato a chiedere notizie ai pescatori e ho capito che quella era la amia storia. Poi, mi sono documentata, a partire dalle tante storie di guaritrici e pescatrici dell’isola raccontate dall’antropologa Macrina Marilena Maffei. Questo libro nasce anche dalla volontà di restituire dignità a figure dimenticate,  donne che hanno lavorato senza sosta per non far mancare il pane alle loro famiglie, che hanno sostituito i mariti nelle aziende durante la guerra, senza mai lamentarsi, proprio come le pescatrici di Lipari”. E sono tante le curiosità rivolte all’autrice sulle ritualità raccontate nel libro a proposito delle guaritrici di Lipari che hanno tanto in comune con le contadine d’Irpinia e la tradizione dell’uocchio.

Spiega di sentirsi ormai una scrittrice meridionale “da quando vivo al Sud è cambiata la mia visione delle cose, il mio sguardo è più inclusivo ed accogliente, ho faticato ad amare Palermo ma ora non vorrei vivere in altri luoghi. Anche sul piano letterario, mi sembra che la letteratura meridionale abbia un’energia diversa, racconti la bellezza di colori e tradizioni molteplici”. Sottolinea come “oggi l’unica difficoltà per una donna che voglia scrivere è quella di trovare il tempo da dedicare alla scrittura, siamo spesso costrette a scrivere di notte, perchè sulle nostre spalle continua a ricadere la cura dei figli e del marito. Per l’uomo la scrittura può essere una professione, per la donna continua ad essere un hobby. Sono pochissime le donne che in Italia vivono di scrittura”. Non nasconde le gelosie che caratterizzano il mondo della letteratura “scrivere è faticosa, ci vuole disciplina, a lungo mi sembra di essere perseguitata dalle voci dei personaggi che hanno vita autonoma ma il dopo è terribile, se pensi alle gelosie di chi non t’invita al premio perchè qualcuno teme che possa oscurare un altro libro o non ti fanno recensioni per gli stessi motivi”. Ribadisce come “non credo si possa parlare di una scrittura femminile ma certo l’identità dell’autore entra nella scrittura, nelle storie che racconti”.

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