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Manocalzati festeggia il patrono San Barbato

di Virgilio Iandiorio

Il 19 febbraio di ogni anno la frazione S. Barbato di Manocalzati festeggia il suo patrono, da cui prende la denominazione. Festa semplice, più religiosa che civile, vuoi perché la stagione è poco adatta alle feste in piazza, vuoi perché il paese conta un numero esiguo di abitanti.

C’erano due chiese nel Castrum Sancti Barbati, quella parrocchiale, sotto il titolo della Vergine Assunta in Cielo, e quella di Sant’Anna sede dell’omonima Confraternita; ma a causa del terremoto del 1980 ne rimane una sola. Così dopo aver perduto l’autonomia comunale nel 1869 dopo l’Unità d’Italia, l’autonomia parrocchiale negli anni settanta del secolo scorso per effetto dell’ultimo accorpamento delle parrocchie con poche anime, l’antico Castrum non ha più la chiesa parrocchiale, demolita in seguito al terremoto.

La chiesa parrocchiale era stata costruita probabilmente nel XV-XVI secolo; venne restaurata con modifiche nel suo impianto originario nel secolo XVIII. Il tempio era a navata unica con altari laterali ed aveva l’altare maggiore in marmo policromo. Si potevano ammirare dipinti di diverse epoche collocati nell’abside e nelle cappelle laterali.

La chiesa di S. Anna nel borgo omonimo è una cappella ad una sola navata ed è sede della Confraternita laicale sotto il titolo della santa. E’ di più recente costruzione rispetto alla chiesa parrocchiale. Il portale in pietra locale reca la data di un probabile restauro nei primi anni del XIX secolo.

Per merito dei confratelli di S. Anna e dei cittadini di S. Barbato è stata riaperta al culto la chiesa dedicata alla santa e vi sono stati collocati, dopo il restauro, i dipinti della demolita chiesa parrocchiale.

Il quadro della Vergine Maria Assunta in Cielo, titolare della ex parrocchia, con S. Barbato, S. Antonio e S. Filippo Neri è una tela di notevoli dimensioni ed era posta sull’altare maggiore. L’opera venne commissionata molto probabilmente per celebrare la fondazione della parrocchia, avvenuta nel XVII secolo, e riflette gli ideali religiosi dell’epoca. Il committente potrebbe essere stato il feudatario del luogo, il quale senz’altro contribuì all’ erezione della parrocchia. L’autore dell’opera rimane sconosciuto e non è il caso di richiamare una generica scuola napoletana, che spiega poco e non dà ragione delle dinamiche culturali locali.

Nel quadro le figure sono distribuite in tre gruppi. Quello in alto, che occupa più di un terzo della tela, raffigura la Vergine circondata da uno stuolo di angeli che le fanno corona; di questi, quelli in basso sono rappresentati per intero.

Il secondo gruppo diviso dal primo da una linea di cielo azzurro rappresenta gli Apostoli che guardano stupiti il sarcofago della Vergine vuoto e con il coperchio rimosso. I santi del gruppo in basso nella tela si dispongono con S. Barbato, alla sinistra di chi guarda, mentre alla destra sono raffigurati S. Antonio e S. Filippo Neri.

L’artista ha compendiato in un’unica scena l’Assunzione di Maria e i santi patroni. Ha inserito tra il gruppo in alto e quello in basso un elemento di realismo, la folla che ammira sorpresa il sarcofago vuoto dove era stato deposto il corpo della Vergine Assunta.

Solo S. Barbato ha lo sguardo rivolto all’osservatore, mentre tutte le altre figure guardano verso il cielo. L’angelo in basso tra i santi indica con la mano il diavolo calpestato da S. Barbato. L’artista ha ottenuto così un risultato importante: il coinvolgimento del fedele, il quale può contemplare da una parte il mistero dell’Assunzione di Maria e dall’altro sentire vicino a sé il santo patrono Barbato che vince le forze del male, schiacciando il demonio con il piede, rassicurando così i devoti della sua protezione.

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