“E’ stato per me un privilegio quello di poter riabbracciare Maria Macrina, dopo la sua morte. Quasi un dono. Quando ho ricevuto la notizia del ritrovamento la commozione è stata fortissima e l’ho subito comunicato agli altri cugini che vivono lontano dall’Irpinia”. A raccontarlo è Maria Rosaria Grillo, 83 anni, insegnante in pensione di Prata, discendente di Maria Macrina, la donna mummificata, le cui spoglie sono state ritrovate in occasione dei lavori in corso nella Chiesa dell’Immacolata di Prata di Principato Ultra, nell’ambito di un progetto PNRR portato avanti dalla Diocesi di Avellino “Maria era la sorella del mio trisavolo, Francesco, discendo da lei attraverso il ramo paterno. Sono nata nella stessa casa di famiglia in cui è nata Maria, semplicemente cento anni dopo”. “Va precisato, come si evince anche dai documenti comunali, che Maria abitasse, non nei due grandi palazzi familiari, ma nella casa del padre, il notaio Serafino Grillo, con il fratello, il monsignor Pasquale, al “Castellone” (l’attuale via Gramsci). Una abitazione particolare, con giardino terrazzato – scrive lo storico Dino Giovino -sulla rampa che scende al Rione dal Palazzo Baronale e che i pratesi d’un tempo chiamavamo il Palazzo dell’Arciprete (poi abitato dalla famiglia Medugno; del sempre poco ricordato pittore pratese Tommaso)”
Maria Rosaria Grillo spiega come “la sorpresa è stata tanta malgrado sapessimo che era stata sepolta in quella chiesa, lì dove tutti gli antenati della famiglia. Ad indicare la sua sepoltura una lapide, al lato dell’altare, sulla quale campeggia il suo nome. In famiglia si parlava molto di lei, di questa donna che aveva scelto la monacazione laica, vivendo la sua fede con grande intensità, morta giovanissima in odore di santità. Si dedicava ad opere di carità e ho sempre saputo che avesse lasciato scritto in un documento quello che sarebbe stato il giorno e l’orario della morte. Il padre, Serafino, era notaio e segretario comunale a Pratola Serra, i Grillo erano tra le famiglie più influenti del territorio, provenienti dalla Calabria, vicine agli Zamagna e ai De Grado, hanno contributo allo sviluppo del territorio, incarnando appieno gli ideali e i valori della nobiltà liberale. Tra le loro fila, ingegneri, avvocati, sacerdoti. Lo zio di Maria era l’arciprete di Prata Antonio Grillo, per tutti il prete rivoluzionario, che aveva fondato le prime vendite carbonare e aveva partecipato anche ai moti del 1820 guidati da Morelli e Silvati. Sospeso a divinis, fu graziato insieme al padre di Maria, Serafino, anche lui tra i protagonisti della rivolta. Il fratello di Maria, Pasquale era pure lui, arciprete, a conferma della forte spiritualità che caratterizzava la famiglia, in casa c’è stata fino alla metà del 1900 una cappella nascosta dietro un armadio, che abbiamo poi donato alla diocesi”.. Maria fu sepolta – prosegue Maria Rosaria – nella chiesa della Congrega, a differenza degli altri antenati, sepolti nelle cripte, a conferma della venerazione che la famiglia e l’intera comunità nutriva per lei”. E chiarisce “Non fu mummificata dalla famiglia, è stato un piccolo miracolo, si sono create condizioni favorevoli alla conservazione del corpo. E spiega “Sarebbe bello che le spoglie, dopo essere ricollocate nella zona absidale della Chiesa dell’Immacolata una volta terminati i lavori in corso, diventassero il punto di partenza di un percorso di approfondimento dedicato alla storia di questa donna”.
Forte il legame della famiglia con la chiesa dell’Immacolata, ricostruita nel 1700, che accoglieva la Confraternita dell’Immacolata, di San Nicola (titolo antico) e delle Anime del Purgatorio. Una storia, quella della chiesa, segnata dai terremoti, ricostruita dopo che quello del 1694 distrusse il vecchio oratorio, rovinata nel 1732 come tutte le altre chiese pratesi, danneggiata in quello del 1962 e gravemente lesionata nel 1980. “Dopo il sisma dell’80, è stata abbandonata. Senza l’impegno di cittadini come Dino Giovino e di tanti giovani del territorio la chiesa sarebbe ancora in una condizione di degrado”. E’ Giovino a ricostruire la lunga battaglia per recuperare la struttura “Con Gianni Cecere, membro della Confraternita titolare dell’edificio e l’allora parroco Don Andrei Rezvan Cadar abbiamo cominciato l’opera di salvaguardia e tutela dei pezzi “pregiati”, sottraendoli alle mani truffaldine: dalle decorazioni tra i materiali di crollo ai paramenti sacri settecenteschi e ottocenteschi (analizzati dalla prof.ssa Lucia Portoghesi e salvati dal priore Perrotti qualche anno addietro). Fu considerata una vittoria il finanziamento, convintissimi che il monumento meritava un finale migliore della sua storia. Ora questo ritrovamento rappresenta il primo frutto dell’impegno di questi anni per restituire la chiesa alla comunità”


