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Mattarella Meloni e la Costituzione

Giorgia Meloni che da Presidente del Consiglio si è precipitata a ringraziare Sergio Mattarella per l’”importante incoraggiamento a governare con responsabilità” contenuto nel messaggio di fine anno pronunciato a reti unificate la sera del 31 dicembre scorso, è la stessa persona che da leader di Fratelli d’Italia quattro anni fa aveva minacciato la messa in stato d’accusa del Capo dello Stato, giudicato reo di “non rispettare le istituzioni scendendo nell’agone politico”. Che cosa è successo nel corso di pochi anni per determinare un così radicale cambio di atteggiamento? Allora – era il maggio del 2018, due mesi dopo le elezioni che avevano visto la travolgente vittoria dei Cinque Stelle e quella meno netta ma pur sempre significativa della Lega – si stava formando il nuovo governo e il Presidente della Repubblica esercitando le sue prerogative costituzionali aveva posto il veto alla nomina di Paolo Savona alla guida del ministero dell’Economia, giudicandolo inadatto, per via del suo scetticismo sull’Euro a ricoprire un ruolo di cerniera fra l’Italia e le istituzioni monetarie europee. Fratelli d’Italia aveva già deciso di restare fuori dal governo (una scelta lungimirante dal punto di vista politico, che consentì al partito di Meloni di capitalizzare i consensi che l’hanno poi portato a palazzo Chigi); ma sull’Euro la pensava come Savona se non peggio: di qui la minaccia di impeachment, destinata a rimanere senza seguito ma indice di una certa disinvoltura nel maneggiare le istituzioni. Ricorderemo en passant che l’altro leader politico che allora attaccò Mattarella, Luigi Maio, dopo una fulminea carriera alla guida di tre ministeri in tre governi, ora fa il disoccupato sia pure di lusso ed è in cerca di un ruolo purchessia. Meloni, più avvertita di Di Maio, si gode il successo elettorale e gli onori che ne derivano; ma se una lezione ha tratto dagli eventi degli scorsi anni è che le fortune politiche sono sempre aleatorie, i consensi sono facili da ottenere ma, se non gestiti con prudenza, possono risultare ben presto effimeri, i programmi vanno adeguati alle necessità e le responsabilità di governo vanno esercitate con equilibrio e accortezza, senza colpi di testa, guardando al futuro da costruire nelle condizioni date piuttosto che agli ambiziosi traguardi indicati spavaldamente nel passato. Con queste lenti correttive vanno esaminati in parallelo i due messaggi di fine anno delle supreme cariche dello Stato: Sergio Mattarella, appunto, e Giorgia Meloni. Del primo va evidenziato l’esplicito riconoscimento dell’evoluzione politica determinata dal risultato elettorale di settembre, con l’apprezzamento per la scelta di una donna alla guida del governo, “una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà”; della seconda, la realistica elencazione degli obiettivi che il nuovo governo si propone di raggiungere nel contesto politico, parlamentare e istituzionale in cui si muove nella legislatura appena iniziata. Il banco di prova delle buone intenzioni del governo e della correttezza del rapporto con il Quirinale sarà quella che Giorgia Meloni ha definito la riforma “prioritaria” che ha in mente: il presidenzialismo, che comporta la ridefinizione dei poteri dell’inquilino del Quirinale. Nella citata conferenza stampa, Meloni ha confermato l’obiettivo ma è stata vaga sui contenuti, sui nuovi poteri del Presidente e sulla strada da percorrere; ben sapendo, probabilmente, che su questa materia il Capo dello Stato vigilerà con particolare attenzione, avendo la Costituzione come “bussola” e il suo rispetto come “il nostro primario dovere; anche il mio”.

di Guido Bossa

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