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La settimana si è aperta con il massimo della sfida a Renzi lanciata dal palco del cinema Farnese a Roma. La stroncatura che ha fatto D’Alema della riforma costituzionale, che Renzi e Boschi hanno imposto ad una maggioranza parlamentare recalcitrante, è spietata e senza appello. Sarebbe troppo semplice dire: noi l’avevamo detto. Già dall’11 gennaio di quest’anno il Comitato per il No presieduto dal prof. Alessandro Pace e sostenuto da autorevoli giuristi e costituzionalisti del calibro di Stefano Rodotà, Luigi Ferrajoli e Gustavo Zagrebelsky ha lanciato un grido d’allarme. Mettendo in evidenza sia l’illegittimità del metodo attraverso il quale una minoranza faziosa, avvalendosi dei numeri taroccati da una legge elettorale incostituzionale, ha preteso di cambiare il volto della democrazia costituzionale, sia l’assurdità dei contenuti, volti a deprimere il ruolo del Parlamento e ad instaurare una sorta di premierato assoluto. Sempre nel corso di questa settimana sono riemerse le polemiche sul silenzio dell’esecutivo che non si decide ad indicare la data del voto e sta aspettando l’ultimo giorno utile per scoprire le sue carte. Sembra ormai scontato che si voterà o alla fine di novembre o il 4 dicembre. Ciò consentirà all’Esecutivo di calare nella campagna elettorale la carta della legge di stabilità, un argomento che non ha nulla a che vedere col merito della riforma. Però può sempre essere utile per risalire la china dell’impopolarità. Tuttavia una scelta così importante, che modifica l’assetto della democrazia costituzionale ed è simile alla riforma che in Francia nel 1958 determinò il passaggio dalla quarta alla quinta Repubblica, non può essere giocata sulla base di considerazioni contingenti, che riguardano le tasse o gli incentivi che vengono dati e tolti ad ogni legge finanziaria. Comunque si valutino le riforme, si tratta di una scelta importante, destinata ad orientare il nostro futuro per un tempo durevole. Si tratta di una scelta altrettanto impegnativa quanto lo fu la scelta compiuta dal popolo italiano il 2 giugno del 1946 con il referendum istituzionale: Repubblica o Monarchia? Nella scelta a favore della Repubblica influì certamente il discredito della Corona per l’appoggio dato al fascismo, che i fatti del 25 luglio non potevano cancellare, ed il disastro dell’8 settembre che tutti gli italiani avevano vissuto sulla propria pelle con diversi gradi di intensità. Così come influì l’anelito della Resistenza ad una società più umana e più giusta. Tuttavia il voto del 2 giugno del 1946 andava molto al di là di una mozione di sfiducia alla Monarchia per le pessime prove storiche che aveva dato nel novecento. La Costituzione italiana ancora non era stata scritta, non si trattava di scegliere fra due modelli istituzionale ben definiti. Qual era il senso profondo di questa scelta? E’ noto che il Regno d’Italia nacque il 17 marzo 1861 quando il Re Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di Re d’Italia. Qualche giorno dopo, la legge aggiunse al titolo del Sovrano la menzione «per Grazia di Dio e volontà della Nazione», a significare l’esistenza di una doppia fonte di legittimazione del potere sovrano, di origine dinastica e popolare. Al Regno d’Italia fu esteso lo Statuto Albertino che Carlo Alberto aveva concesso ai suoi sudditi “con lealtà di Re e con affetto di Padre” il 4 marzo 1848. Lo Statuto Albertino attribuiva al Re il potere esecutivo ed i principali poteri dello Stato, consentendo ai sudditi di condividere con il Re soltanto il potere legislativo, attraverso la possibilità di eleggere la Camera dei deputati. Dire addio alla Monarchia per la Repubblica acquistava – al di là delle contingenze politiche –un significato storico ben preciso: i cittadini italiani si emancipavano dalla qualità di sudditi ed il popolo diventava esso stesso “sovrano”, arbitro del proprio destino. E’ questo il principio che la Costituzione della Repubblica italiana affermerà solennemente, nell’art. 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Dopo settant’anni, si prospetta l’avvento di un nuovo sovrano: il principio della sovranità popolare è insidiato da poteri sovranazionali e la nuova costituzione è stata scritta sotto dettatura. Basti richiamare un documento (18 settembre 2015) dell’Agenzia di rating Moody’s, che ha dichiarato che: “il Senato è dannoso per la credibilità delle nostre istituzioni sui mercati finanziari”, mentre l’optimum sarebbe una sola Camera dove: “il premio di maggioranza possa assicurare l’efficiente esecuzione della volontà governativa”. E’ il mercato, che sottopone a “tutela” e ridimensiona la sovranità popolare, guidando le scelte delle nazioni. Il 2 giugno del 1946 deve insegnarci a dire no e a rifiutare l’avvento di nuovi sovrani.
edito dal Quotidiano del Sud

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