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Montanelli, la lezione di un maestro

“I ricordi vanno messi sotto teca, appesi ad una parete e guardati. Senza tentare di rinnovarli. Mai”. Quest’aforisma è di Indro Montanelli scomparso il 22 luglio del 2001. A distanza di vent’anni celebrarlo dopo questa frase è un po’ azzardato, tuttavia è giusto delineare la sua figura di maestro di giornalismo per intere generazioni. Impossibile dimenticare la sua scrittura e la sua natura di polemista e anti conformista mentre politicamente ha sempre immaginato una destra moderna e liberale che in Italia non è mai nata. La sua carriera comincia nel 1938 al Corriere della Sera, dopo aver partecipato alla guerra in Abissinia. Prima favorevole e poi avversario del fascismo, nel 1943 si unisce al movimento partigiano Giustizia e libertà e viene catturato e incarcerato dai tedeschi. Durante gli anni del dopoguerra diviene il giornalista italiano più popolare, la sua avventura professionale al Corriere termina nel 1973 e l’anno successivo fonda il Giornale. Nel 1977 è vittima di un attentato delle Brigate rosse e nello stesso anno il suo quotidiano viene acquistato da Silvio Berlusconi. Un “matrimonio” editoriale che dura fino al 1994 quando Berlusconi entra in politica e Montanelli lo critica duramente: è un piazzista che illude con false promesse. Lascia il Giornale a dà vita ad un nuovo quotidiano, La voce, che però chiude nell’aprile del 1995. Montanelli torna allora a scrivere per il Corriere della Sera, dove tiene una rubrica da opinionista.  Nel giorno della morte l’omaggio di Berlusconi che lo definisce un testimone del secolo e aggiunge: piango l’amico con cui ho condiviso molte battaglie e al quale sono rimasto legato anche quando ha espresso dissenso dalle mie posizioni, con lo spirito di libertà che ha sempre animato il suo lavoro e che io ho sempre rispettato. Della lunghissima carriera di Montanelli ci restano le sue celebri battute come ad esempio il “Rieccolo” affibbiato a Fanfani che tornava sempre protagonista dopo che in molti lo davano per finito o “meglio turarsi il naso e votare DC” coniata per le elezioni del 1976 quando i moderati in Italia temevano il sorpasso da parte dei comunisti. Tutti i suoi scritti con la mitica “lettera 22” che oggi ci appare un oggetto da museo e non da lavoro. La sua verve giornalistica l’ha usata per descrivere e commentare non solo gli anni della Prima Repubblica ma, dopo la caduta dei partiti ideologici, ha raccontato con disillusione la difficile transizione italiana. In una intervista concessa poco prima di morire disse che “un paese che ignora il proprio ieri, di cui non sa assolutamente nulla e non si cura di non sapere nulla non può avere un domani. Se mi chiedi che cosa sarà il domani per gli italiani, forse sarà un domani brillantissimo; per gli italiani, non per l’Italia. Ricordo una definizione dell’Italia che mi dette un mio maestro e benefattore, il grande giornalista Ugo Ojetti: non hai ancora capito? L’Italia è un paese di contemporanei, senza antenati né posteri, perché senza memoria. Allora avevo 25/26 anni e la presi per una boutade, un paradosso. Ma presto mi accorsi che aveva ragione”.  Il suo essere controcorrente lo ha portato ad essere amato ma anche criticato per le sue prese di posizione e contestato da chi gli ha rimproverato il suo passato in Abissinia dove sposò una ragazzina del luogo. Montanelli non spese mai parole di pentimento né di rammarico, ma raccontò più volte apertamente la vicenda, giustificandola con i tempi, le usanze e le circostanze. Per lui dunque vale soprattutto una sua massima: “non ho potuto sempre dire quello che volevo, ma non ho mai scritto quello che non pensavo”.

di Andrea Covotta

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