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Mussolini e il sindacalismo rivoluzionario di Corridoni

Il confronto sul volume di Lezzi all’Angolo delle Storie

Il confronto sul volume di Lezzi all’Angolo delle Storie

 

«Il sindacalismo potrà piacere o non piacere, secondo il gusto, o meglio la cultura di ciascuno; ma è uno di quei fatti grandiosi a carattere universale e necessario, che prima o poi bisogna studiare e intendere», scriveva il filosofo Giovanni Gentile. Ed è proprio il sindacalismo di matrice rivoluzionaria a essere al centro del saggio di Luca Lezzi intitolato “Filippo Corridoni. Un sindacalismo rivoluzionario” (Circolo Proudhon edizioni, 2015), che sarà presentato giovedì 20 aprile alle ore 18:00 presso la libreria “L’angolo delle storie”. Oltre l’autore, interverrà anche il Prof. Carlo Pinto (docente di Storia contemporanea presso l’Università degli studi di Salerno – dipartimento di Beni Culturali). Se l’opposizione riassunta con lo slogan «rivoluzione o riforme?» aiuta a comprendere il clima respirato nel corso di tutto il Novecento e la divisione del mondo in due blocchi: quello liberal-democratico e quello comunista; esso però, non riesce a sintetizzare interamente la complessità delle vicende politiche che hanno interessato lo scorso secolo. La battaglia fra riformisti e rivoluzionari, infatti, non è stata soltanto il frutto di due visioni del mondo completamente diverse, ma ha rappresentato una delle spaccature più forti in seno al mondo della sinistra.  È proprio in questa frattura che si interseca la controversa figura di Filippo Corridoni (nato in provincia di Macerata, precisamente a Pausula il 19 agosto 1887), colui che denunciò i membri del Partito socialista di essere scesi a compromesso con i partiti e le istituzioni borghesi: «Alcuni allegri burloni del riformismo, che posano a scienziati, vedendo che in cinquant’anni il rapido accentramento dei capitali in mano di pochi ed il conseguente immiserimento del proletariato non si sono avverati, ne hanno dedotto il fallimento del marxismo. Miopia e presunzione!». Secondo Corridori, era la nuova generazione di sindacalisti a essere la reale erede delle idee marxiste, unica concreta speranza in grado di gettare, nella giovane Italia unificata, le basi per costruire la giustizia sociale. Dunque, il sindacalismo rivoluzionario era la sola strada percorribile per puntare all’emancipazione lavorativo-culturale, lasciando libero il popolo dai «cultori delle cedole bancarie». È tuttavia nel 1913 – anno della fondazione da parte di Corridoni de “L’Unione Sindacale Milanese – che avviene un cambiamento radicale nelle idee del sindacalista che intanto stringeva amicizia con Benito Mussolini (all’epoca direttore de “L’Avanti!”). Se nel 1912 Corridoni si schierava contro il conflitto fra il Regno d’Italia e l’Impero Ottomano per il dominio sulle colonie, soltanto due anni dopo egli si trasformerà in una delle voci più importanti a sostegno dell’intervento italiano nella Grande guerra. Poco prima di partire come volontario per il fronte – morirà presso la Trincea delle Frasche a San Martino del Carso il 23 ottobre 1915 – Corridoni scrisse a Mussolini: «Carissimo, fra pochi istanti partiamo per la linea del fuoco. Viva l’Italia! In te bacio tutti i fratelli delle battaglie di ieri sperando nell’avvenire». Proprio l’oscuro rapporto con il futuro Duce d’Italia – approfondito attentamente da Lezzi – è uno dei motivi per i quali il pensiero e l’opera di Corridoni furono relegate all’oblio e che ora, grazie all’aiuto di giovani studiosi sta ritornando alla luce. In attesa di nuovi studi che approfondiscano l’opera e la biografia di Corridoni, resta ancora oggi l’interrogativo sul ruolo che egli avrebbe potuto avere all’interno del regime fascista se non avesse perso la vita in guerra. «I precursori e gli iniziatori del fascismo sono quelli stessi, repubblicani e sindacalisti, che avevano per primi sollevato il popolo contro il socialismo deprimente e rinnegatore ed avevano voluto ed attuato, con Filippo Corridoni, gli scioperi generali del 1912 e del 1913» (Curzio Malaparte).

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