di Paolo D’Amato
Tra cripta e casale, riaffiorano antichi riti funerari, confraternite dimenticate e frammenti di una Forino che vive ancora nel silenzio delle sue pietre.
Il Casale della Palazza è di formazione relativamente più recente nell’ambito della storia forinese. I casali in planitae si svilupparono in un’epoca successiva al decentramento della vita sociale del nostro paese, dai casali di “collina” (Castello e Petruro) al piano. Questo accadde successivamente all’abbandono del castello e alla costruzione della Collegiata della SS. Annunziata, intorno alla metà del XV secolo. Questo casale, come gli altri, era un’entità urbana a sé. I casali erano un agglomerato di “bassi” che si affacciavano su uno spazio comune, solitamente con un solo ingresso e senza finestre esterne. Una conformazione pensata per proteggersi dal mondo esterno, in tempi turbolenti e violenti. Da una mappa del XVII secolo abbiamo testimonianza dell’estensione del casale e della posizione della chiesa, all’epoca titolata San Giovanni Battista. Il paesaggio che si presentava al forestiero era quello di una chiesa esterna a un piccolo borgo fortificato. Solo tra il 1908 e il 1923 il casale assunse l’aspetto urbano attuale, con marciapiedi, fontana e scuola elementare.
La Congrega del Monte dei Morti, detta anche di Santa Maria del Rifugio
Dopo decenni di abbandono, nel 2012 è stata restituita alla comunità forinese la piccola cappella incastonata tra la Scuola Elementare di Via Marconi e la Chiesa di Santo Stefano. Questo fabbricato, architettonicamente annesso alla chiesa, è stato sede della Congrega del Monte dei Morti, detta anche di Santa Maria del Rifugio. Fondata nel 1629, la congrega venne abbandonata dopo la peste del 1656, per poi essere rifondata nel 1734. Nel Notamento dei Pii Luoghi Laicali del 1783 è indicata come “congregazione distinta con due titoli: SS.mo Sacramento e Monte dei Morti”. La congrega possedeva dotazioni importanti, tra cui una cappella funeraria nel cimitero. La solennizzazione avveniva l’8 settembre, festa di Maria Vergine. Fino agli anni ’60 del Novecento, i confratelli indossavano tuniche e copricapo durante i funerali: “sembravamo dei boia”, racconta un testimone. Oggi la congrega partecipa alle processioni patronali e del 14 marzo.
Gli scolatoi nella cripta – Il cuore oscuro della memoria
Dall’“Inventario delle Chiese di Forino” del 1712 emerge la descrizione della Chiesa di San Giovanni Battista della Palazza, situata in campagna, poco lontano dal casale. La sua posizione fa pensare che sorgesse nell’area della Cappella del Rifugio e dell’accesso alla cripta. Ed è proprio nella cripta che si trovano gli scolatoi, o putridaria — ambienti funerari provvisori dove i cadaveri venivano collocati su sedili in muratura con fori centrali e vasi sottostanti per raccogliere i liquidi della decomposizione. Un “professionista”, lo schiattamorto, accelerava il processo di putrefazione. I resti venivano poi trasferiti nell’ossario o nelle terresante. La scolatura aveva anche una valenza simbolica: la carne putrefatta rappresentava la caducità della vita, le ossa la purezza dell’anima. La memoria di questa pratica sopravvive nell’espressione napoletana “Puozze sculà”, una formula malaugurale. Le terresante, sepolcreti laicali, erano bollate nel 1779 come “barbara maniera di seppellire li cadaveri”. Eppure, in esse si celebrava la Messa e si visitavano i defunti, vestendoli di nuovo. Analoghi ambienti si trovano presso la SS. Annunziata, San Felicissimo a Petruro e lo Spirito Santo a Casal di Creta. Nulla vieta di pensare che sotto altre chiese si celino simili luoghi. Triste immaginare che il parcheggio tra via Campi e piazza Municipio, lì dove sorgeva la vecchia Chiesa di San Biagio, possa ospitare nel sottosuolo antiche sepolture.
La Chiesa di Santo Stefano
Le prime notizie sulla chiesa titolata a San Giovanni Battista risalgono al 1228. Nel 1604, un documento conservato nell’Archivio Diocesano di Salerno testimonia la richiesta di amministrazione dei sacramenti per la sua distanza dalla Chiesa Maggiore.
Nel 1712, la chiesa appare in pessimo stato. Ma nel 1735 e 1737, Sant’Alfonso dei Liguori predica la sua missione proprio da questo altare. L’aspetto attuale è frutto del rifacimento settecentesco: facciata a capanna, portale ad arco, finestroni tribolati, lesene e timpano triangolare. All’interno si conservano opere preziose: l’Altare Maggiore in marmo policromo, confessionali, pulpito, coro ligneo, fonte battesimale in pietra calcarea, vari dipinti attribuibili al Vegliante, al De Mita e al Ricciardi, e il monumentale organo del 1888, che sostituì l’orologio poi trasferito nella torre civica.
Il Casale della Palazza non è solo un frammento urbanistico: è un archivio vivente di riti, paure, fede e trasformazioni. I suoi scolatoi, la sua congrega, la sua chiesa raccontano una Forino che non è mai scomparsa, ma che attende di essere ascoltata.



