“Una strage che ci ricorda come il caporalato non riguardi soltanto i migranti o chi vive condizioni di particolare fragilità. È una piaga antica, profondamente radicata anche nella nostra terra”, afferma Rita Nicastro intervenendo questa mattina al Circolo della Stampa di Avellino, nel corso della conferenza promossa dal Movimento Irpino Antiviolenza, dalla Comunità Laudato Si’ e dalla Fondazione Rachelina Ambrosini.
Al centro dell’iniziativa, accompagnata da una mostra fotografica, il ricordo di una vicenda che rischia già di essere dimenticata. “Oggi non ne parla quasi più nessuno”, ha denunciato Nicastro, riferendosi all’omicidio di quattro giovani braccianti stranieri avvenuto ad Amendolara, in Calabria. Waseem Khan, Amin Fazal Khogjani, Safi Iajad e Ullah Ismat Qiemi, rispettivamente di 29, 28, 27 e 19 anni, sarebbero stati uccisi dai loro caporali dopo aver reclamato il pagamento del lavoro svolto.
“Dal primo giugno immagini terribili sono entrate nelle nostre case e nelle nostre coscienze. Insieme alle associazioni e ai movimenti presenti oggi abbiamo deciso di non arrenderci, di non accettare e soprattutto di non normalizzare il male che vediamo intorno a noi”, ha spiegato Nicastro. “Facciamo ciò che possiamo per offrire il nostro contributo e per dire con forza un deciso no”.
La mostra ripercorre storie di sfruttamento, emarginazione e violenza che attraversano il presente e il passato. “Quei quattro ragazzi erano arrivati in Italia inseguendo un futuro migliore e sono stati puniti per aver avuto il coraggio di ribellarsi a condizioni di vita che non riserveremmo nemmeno ai nostri animali domestici. Noi non possiamo accettare questa disumanità, così come non possiamo accettare le guerre che continuano a devastare il mondo”.
Un richiamo forte anche alla responsabilità educativa delle comunità. “Come possiamo pretendere che i nostri giovani imparino il rispetto dell’altro e costruiscano relazioni sane se li sommergiamo continuamente di immagini e racconti di brutalità?”.
Tra i temi affrontati nell’esposizione anche la figura di Miriam Makeba, la celebre “Mama Africa”, scomparsa in Campania nel 2008 dopo aver partecipato a un concerto organizzato a sostegno di Roberto Saviano, tra i primi a denunciare lo sfruttamento dei migranti nelle campagne italiane. “Makeba ha dedicato la sua vita a dare voce agli ultimi e agli invisibili. La sua presenza e la sua morte in quella occasione rappresentano ancora oggi un simbolo potente”.
Il percorso della memoria si è soffermato inoltre sulla strage di Portella della Ginestra, emblema delle lotte dei lavoratori agricoli e delle violenze subite dai braccianti nel corso della storia italiana. “Siamo qui per dire basta a tutto questo, per affermare che non vogliamo voltarci dall’altra parte e che crediamo ancora nella possibilità di costruire una società migliore”.
Alla domanda sulle possibili iniziative da proporre alle istituzioni, Nicastro ha sottolineato come la questione riguardi tutti. “Poco fa un collega mi chiedeva cosa c’entrassimo noi con questa vicenda. La risposta è semplice: c’entriamo eccome. La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani parla di diritti che appartengono a ogni persona e che devono essere garantiti a tutti”.
Secondo Nicastro, il contrasto allo sfruttamento passa innanzitutto dalla cultura e dall’educazione. “Ho insegnato per molti anni e posso affermare che i bambini non nascono con il rifiuto dell’altro. Quel rifiuto viene insegnato dagli adulti. Nelle scuole si parla sempre meno di inclusione e questo è un problema che dobbiamo affrontare”.
L’attivista ha ricordato come fenomeni di discriminazione e sfruttamento continuino a manifestarsi anche nei territori più vicini, in occasione delle campagne agricole stagionali. Ha inoltre richiamato l’attenzione sulle numerose morti sul lavoro che continuano a verificarsi in Italia e sulle responsabilità della politica nel contrastare tali fenomeni.
“I criminali che sfruttano i lavoratori non hanno imparato da soli. Hanno imparato da chi li ha preceduti e da chi è rimasto impunito. Per questo tutti possiamo fare qualcosa, anche il mondo dell’informazione. La prima forma di impegno è parlarne, mantenere alta l’attenzione e non lasciare che il silenzio cancelli queste tragedie”.
Un passaggio è stato dedicato anche al tema delle migrazioni. “C’è chi sostiene che queste persone dovessero restare nei loro Paesi. Ma dovremmo ricordare la disperazione che spinse tanti italiani a emigrare e le discriminazioni che subirono in America o in Germania. La storia dovrebbe insegnarci qualcosa”.
Infine, l’appello conclusivo: “Il mondo lo costruiamo noi. Non possiamo delegare tutto allo Stato o al Governo. Abbiamo ancora la possibilità di dire un forte no all’ingiustizia. Vogliamo un mondo più umano, che investa nell’accoglienza e nella dignità delle persone, non nelle guerre e nelle armi. Le fragole e i pomodori che arrivano sulle nostre tavole non devono essere macchiati di sangue”.



