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Un’Italia diversa in un’Europa diversa? Per farsi un’idea del panorama che potrebbe spalancarsi davanti ai nostri occhi nella prossima legislatura bisogna sollevare lo sguardo oltre gli ultimi eventi politici italiani – i referendum in Lombardia e in Veneto, il varo della nuova legge elettorale che prende il nome dal capogruppo del Pd alla Camera – e riflettere su quanto sta accadendo oltre le nostre frontiere, ai confini orientali dell’Unione europea, nelle capitali di alcuni Paesi che un tempo si collocavano oltre quella che veniva definita la “cortina di ferro”, o immediatamente al di qua di essa, come la neutrale Austria.

C’è un tratto comune fra le vicende, quella italiana e quella europea che appare preoccupante; ed è una sorta di ripiegamento, di paura del nuovo, di timoroso rifiuto di ideali che pure avevano per anni innervato e sostenuto politiche ambiziosamente innovatrici. Riferendosi alla nostrana “nevrosi di fine legislatura”, il presidente Giorgio Napolitano ha parlato in Senato di una democrazia che sta perdendo la ragione e con ciò rischia di perdere irrimediabilmente se stessa; allarme che in un’ottica geopolitica più ampia porterebbe a riflettere sull’abbandono da parte di alcuni Paesi europei periferici degli ideali che ne accompagnarono il riscatto dal giogo del comunismo internazionale e l’adesione ad un’Europa libera, democratica, solidale, almeno tendenzialmente federale.

Cosa c’è di comune fra le tentazioni neoisolazioniste e nazionaliste che si manifestano in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia ed ora anche in Austria, e le pulsioni autonomiste e in qualche caso esplicitamente secessioniste emerse tra le pieghe dei referendum di Lombardia e Veneto? C’è in entrambi i casi e fatte le debite distinzioni, l’ambizione, anzi la certezza di poter fare meglio da soli ciò che sarebbe più difficile fare in un contesto nazionale o internazionale più vasto e integrato. Manca la consapevolezza che proprio i progressi conseguiti sul piano economico e sociale – non parliamo della riconquistata democrazia o dell’orgoglio di appartenenza ad una realtà più vasta di quella meramente localistica – siano stati il frutto di una visione più ampia di quella dettata dalla dimensione delle “piccole patrie” regionali o nazionali.

E così, per difendere la propria presunta specificità, il ministro degli Esteri ungherese, recentemente in visita in Italia, ha denunciato un presunto “pensiero unico europeo” contro il quale Budapest si ribella respingendo ogni approccio “federalista”, rivendicando la propria sovranità e negando l’adesione ad una politica fiscale comune (quella per intenderci che finora ha pompato euro nelle casse ungheresi). E più o meno negli stessi giorni il suo omologo polacco mostrava di preferire la Nato ad un’Unione europea che sarebbe “prevenuta” nei confronti di Varsavia. Non diversamente, i risultati dei referendum consultivi di Lombardia e Veneto, pur non omologabili quanto a adesione popolare, rischiano di provocare un allentamento dei vincoli dell’unità nazionale che trae alimento dalla rivendicazione di una piena autonomia nella gestione delle risorse. Anche qui una deriva isolazionista aperta a sbocchi imprevedibili.

E’ vero che il “governatore” del Veneto Luca Zaia, che sull’onda del risultato del “suo” referendum aveva evocato uno statuto “speciale” per la sua regione, ha poi fatto rapidamente marcia indietro; ma intanto il sasso è stato lanciato. E del resto il lombardo Maroni, solo apparentemente più moderato, non aveva parlato di un “esito alla Brexit” per la rivendicata autonomia regionale? La trattativa fra il Governo e le due Regioni deve ancora cominciare, ma le prospettive non sono rosee. Che succederà se Milano e Venezia non saranno soddisfatte delle proposte di Roma? E che succederà a Napoli, Reggio Calabria, Bari se invece il governo centrale dovesse accontentare le due capitali del Nord? Lo spettro di un’Italia rassegnata ad un permanente futuro a due velocità, un’Italia diversa da quella che abbiamo finora conosciuto in un’Europa anch’essa diversa e imprevedibile, non è affatto rassicurante.

di Guido Bossa edito dal Quotidiano de Sud

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