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Ospedale di comunità di Montella, Vespucci: rilanciare la sanità indispensabile per dare un futuro alle aree interne

di Gerardo Vespucci
Se c’è un argomento che quasi tutti affrontano con interesse e sicumera, questo è sicuramente il destino delle zone interne, dell’inesorabile fine che in pochi anni le attende, specie se non si invertono le attuali tendenze allo spopolamento dei giovani, alla crisi delle nascite ed all’invecchiamento dei residenti. Esperti, amministratori comunali, intellettuali, imprenditori, semplici cittadini: nessuno escluso, ciascuno a dire la propria ricetta o la propria prognosi. Da noi, è da oltre 10 anni che una intuizione dell’allora ministro Barca, responsabile dello sviluppo locale e della Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI), ha dato vita all’Area Pilota Alta Irpinia, con il coinvolgimento di ben 25 comuni, da Montella a Monteverde, passando per Nusco, Lioni, Sant’Angelo, Calitri: in pratica, quell’area che fu definita il “cratere irpino” del dopo 23 novembre 1980.
A dirigerla, prima Ciriaco De Mita, sindaco di Nusco, ora Rosanna Repole, sindaca di Sant’Angelo, autonominatasi sindaca dell’Alta Irpinia: ricordo che i temi principali su cui intervenire erano e sono Sanità, Scuola e Trasporti.
Perché ne scrivo?
Perché in questi giorni si è accesa una polemica, tanto aspra quanto incomprensibile, tra l’amministrazione comunale di Montella e i monaci del convento di San Francesco a Folloni, poiché, nell’ambito delle azioni connesse al PNRR, il Comune di Montella ha individuato in uno stabile adiacente il convento la possibilità di allocare un ospedale di Comunità.
Solo per ricordarlo a me stesso: “l’Ospedale di Comunità (OdC) è una struttura sanitaria territoriale di ricovero breve (generalmente 30 giorni) per pazienti che necessitano di cure a bassa intensità clinica. Funge da ponte tra domicilio e ospedale, ideale per stabilizzazione post-dimissioni o gestione di cronicità riacutizzate, con presenza infermieristica h24 e medica in fasce orarie”[ AI, intelligenza artificiale].
Pare che i monaci ( Francescani!) sostengano che l’edificio in questione sia di proprietà del convento, e che il Comune abbia fatto un abuso nell’indicarlo nei propri beni demaniali e pertanto non è possibile che si realizzi l’Ospedale ( che dovrebbe ospitare 30 posti letti!).
Inutile aggiungere che la vicenda, che vede contrapposte due istituzioni con differenti pretese, ha fatto insorgere a favore dei monaci una parte della popolazione di Montella che, sebbene senza interessi specifici, si sta facendo scudo della difesa di un bene storico religioso, dal forte impatto identitario, per ottenere, magari, risultati di immediato consenso da usare anche contro la maggioranza consiliare.
In questo momento di post verità, tutto è lecito, ma suona per lo meno stonato il silenzio di chi le aree interne le abita e soprattutto di chi dice di volerle rappresentare: i sindaci dell’Area Pilota, appunto!
Quasi a volere dimenticare che tra gli obiettivi della propria esistenza c’è esattamente la Sanità e che, come tutta la letteratura in merito dimostra, in presenza di una popolazione sempre più di anziani fragili e di familiari spesso assenti, gli Ospedali di Comunità sono la soluzione più efficace.
Ovviamente, chi si oppone magari indicherebbe altre soluzioni, ma non è necessario essere di Montella per rendersi conto che la posizione individuata è la più consona.
Ma, ripeto la domanda: l’opera di cui trattasi è dei Montellesi, oppure è un tassello di civiltà che interessa l’intera Alta Irpinia?
Ricordo con un pizzico di nostalgia la presenza di mio fratello, con la fascia di sindaco di Sant’Andrea a Bisaccia, per richiedere con centinaia di cittadini l’apertura dell’ospedale in quei fatidici anni 70: solo per la cronaca, Sant’Andrea dista da Bisaccia più di quanto Sant’Andrea sia distante da San Francesco a Folloni!
E così come stride il silenzio dei sindaci, ugualmente fa specie il silenzio dell’arcivescovo di Sant’Angelo: non mi interessa capire se abbia o meno potestà sui monaci, ma se con la mano sinistra si richiedono interventi per le aree interne e con la destra si gioca al silenzio, allora di quel messaggio che invita ai sì sì no no, possiamo fare tranquillamente a meno.
Del resto, con ben altro spirito si è espresso il vescovo di Avellino, mons Aiello, il quale, fingendo di non avere titoli ( ma la Fede cristiana non penso conosca la geografia!) ha espresso giudizi che, chiunque abbia un minimo di coscienza e di amore per queste terre, non si possono che condividere. Ha detto: non si sta costruendo un albergo a 5 stelle; si sta cercando di realizzare una struttura di cura per i fragili; si sta tentando di offrire una ragione in più per restare nelle nostre terre abbandonate. Ed in conclusione, ha rivolto l’invito al dialogo per trovare una soluzione.
E con questo spunto vengo al termine di questa mia riflessione.
Ho visto una foto del convento, che rappresenta davvero una risorsa artistica e storica straordinaria; ma la struttura da trasformare in ospedale si vede chiaramente che non ha nulla da spartire con la storia del convento, anzi è insignificante ed andrebbe anche sistemata dal punto di vista architettonico.
La presenza eventuale di anziani malati, che possono accedervi anche dal lato opposto all’ingresso principale del convento, non darebbe nessun fastidio alle attività religiose: possibile che dei monaci, per di più Francescani (!), anziché aiutare l’amministrazione a trovare la soluzione più rapida per non perdere il finanziamento, pongano problemi di proprietà?
Io resto senza parole, peccato, però, che a perderla, la parola, siano anche quelli che un giorno sì ed un altro pure si riempiono la bocca di progetti megagalattici per le zone interne.
A costoro, mi dispiace salire in cattedra, voglio dire che così non si va da nessuna parte ed è il caso – visto il contesto religioso – di far riecheggiare qualche verso della buona novella: non chi dice zone interne, zone interne le mette in salvo!

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