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Paduano, da Ariano nel Nord Africa: l’orrore della guerra nelle lettere dal fronte

di Antonio Alterio

Nel mio libro “Albo d’oro dei militari caduti durante la seconda guerra mondiale”, ho annoverato anche Gerardo Paduano, del quale ho riportato: “nato il 15 maggio 1909, morì in Ariano il 13 gennaio 1948 per malattia contratta in prigionia”. Non avevo altre notizie, né potevo immaginare quante peripezie e sofferenze (dal 1940 al 1945) aveva vissuto il nostro novello Ulisse perseguitato dal dio della guerra. Oggi, grazie alla piena disponibilità della figlia prof. Anna, ho avuto la possibilità di seguire le tristi vicende vissute da suo padre, attraverso un voluminoso carteggio di lettere e cartoline militari. Parto subito da questo “Attestato Di Ben Servito” per meglio comprendere le doti professionali e morali del nostro personaggio, rilasciato da: “Il Capo Reparto (Ten. Recchia Amedeo)” e confermato dal “Direttore dell’Ospedale (Cap.no Trentola Dr. Carlo)”. Ecco il testo: “Io sottoscritto Ten. Medico Recchia Amedeo dichiaro di avere avuto alle mie dipendenze in qualità di Infermiere -Capo Reparto Neuro-Psichiatra il Sergente PADUANO Gerardo- per tre anni. Le sue qualità sono: onestà, serietà, competenza, attaccamento al dovere e soprattutto ascendenza sui malati. Queste qualità hanno fatto meritare allo stesso sottufficiale diverse volte l’elogio del Comando Italiano e Inglese. Gli rilascio pertanto la presente per tutti gli usi. Bairagarh (India) 31 Marzo 1948”.  Da una, lettera inviata alla moglie Liberata il 21 luglio 1940, Gerardo comunicò di essere “a Berta, un villaggio libico, per un ripiegamento di linea telegrafica” e precisò: “Qui, notte e giorno, tira un vento impetuosissimo che non dà pace. La notte è terribile, si porta via le tende e non si dorme”. Aggiunse: “Ti sto scrivendo su un camion, seduto per terra, appoggiato sopra la valigetta, che mi fa da scrittoio, ed il vento fa tremare tutto. E’ in mia compagnia il fratello del marito della Signora Iorio di Avellino, andiamo molto d’accordo e ci vogliamo molto bene”. Il nostro era prigioniero degli inglesi.

Sono ricavabili dalla lettera altri particolari: “In questo momento, anche sul camion, mi son fatto la barba, il barbiere è Gizzi di Avellino, che abitava sotto di noi” e poi: “Stasera farò un telegramma per gli auguri di S. Anna a Nannina ed Annamaria, spero che arrivano in tempo, fatto che l’impiegato addetto al telegrafo mi ha detto che ci occorrono 5 giorni per arrivare”. Poi: “Oggi, a noi Sottufficiali, ci hanno consegnato le pistole, sono molto grandi ed uguali a quelle di Tom Mise. Ti mando una mia fotografia fatta al vero mentre divoravo una gavetta di fagioli e cipolla all’insalata”.    Tom Mise era l’attore e regista Thomas Hezikian Mix detto Run, il quale fu protagonista di vari films muti di genere Western.

Nella successiva lettera del “24 luglio” 1940 Gerardo, riferendosi ad una missiva ricevuta dalla moglie, riportò: “non so descriverti la gioia nel leggere le vostre notizie” e la tranquillizzò per un mal di denti a cui aveva fatto riferimento in altra lettera, assicurando di stare ormai “benissimo”. Lamentò che non gli aveva fatto “capire niente circa il sussidio” e le annunciò: “oggi ho fatto scrivere dal Comando al Podestà di Ariano che imbucherò stasera unita alla presente. Informati bene e fammi sapere ogni cosa”.

Faceva riferimento ad un sostegno economico dato ai familiari dei militari in guerra.  Descrisse la località del Nord Africa, in cui si trovava in quei giorni: “Qui a Berta, villaggio con poche case, c’è una chiesetta ove tutte le sere ci raccogliamo per l’ora di adorazione”. Non solo dichiarò la sua assidua frequenza alle cerimonie religiose, ma ammise, anche, la sua fedeltà al regime politico, che stava servendo. Scrisse: “Sono molto fiero ed orgoglioso in questa ora storica per l’Italia nostra, di servire la Patria per la sua grandezza e potenza ogli ordini del nostro magnifico Condottiero”. Non poteva essere diversamente, perché anche Gerardo, come la maggior parte del popolo italiano, aveva subito il malefico fascino del Duce e della propaganda fascista. Da una cartolina postale, inviata dalla Cirenaica il giorno 24 Novembre 1940, apprendiamo che il nostro era sempre in attesa di uno scritto da sua moglie, precisando: “Qui la temperatura è un po’ fredda, sono stato fortunato dormire al riparo, con tre coperte più il mio pastrano e la notte la passo bene”. Poi aggiunse: “Ti ricordi il piatto che mi nauseava? Oggi è per me una delizia! Mangio maccheroni tutti i giorni che li divoro con gusto, perché non c’è altro da scegliere: o mangio questa minestra ecc. ecc. Certamente questo ti farà piacere, così possiamo gustare insieme i tuoi più profumati e molto più buoni”. Nell’ultima lettera del 1940, proveniente ancora dalla Cirenaica, Gerardo si rammaricava di non avere inviato “gli auguri ad Annamaria”, sua figlia, ma giustificò il ritardo asserendo che non lo potette “fare prima perché qui spesso non si ricordano le date”. Riferì: “Le notizie della guerra noi le conosciamo in tempo perché, qui, arriva qualche giornale. Al cantiere Lestata ho molto lavorato e di più la notte faceva freddo dormendo in un capannone tutto rotto”. Si preoccupava molto della salute e della incolumità delle sue due piccole figlie, per cui scrisse: “Mi dici che Annamaria con Miretta scesero a casa, per chi le mandasti? Non voglio credere che ti azzardi a farle camminare sole!!! Ed attenti al fuoco!!! La sera, quando vai in chiesa, non lasciarle sole”. Gerardo era consapevole che quelle raccomandazioni avrebbero fatto “borbottare” la moglie, ma si giustificava così: “la maledetta lontananza da voi e che mille tristi pensieri offuscano la mia mente e mi fanno tremare”, aggiungendo: “perdonami se spesso ritorno sempre sullo stesso argomento; il grande affetto, che domina in me, me lo costringe”. Descrisse anche il clima di quel giorno: “è una giornata gelida, il vento impetuosissimo urla come un dannato. Non so descrivertelo, forse, qualche volta, hai avuto occasione di vedere qualche film, girato nei deserti, e del ghibli che ha colto le carovane in viaggio”. Aggiunse: “Ho sospeso di scrivere, per qualche minuto, perché il soldato addetto alla mensa sottufficiali mi ha portato un po’ di pane bagnato d’olio che l’ho divorato con appetito. Mi piace scriverti ogni mio movimento, perché un giorno, leggendo le nostre lettere, sarà bello ricordare”. Passarono altri 5 anni ed una lunga prigionia tra il nord Africa e l’India prima che potesse ritornare tra i suoi cari.

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