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“Se vuoi l’arcobaleno devi rassegnarti a sopportare la pioggia” ci ricordava Dolly Parton, famosa cantautrice americana. E noi, al termine di un lungo inverno di quarantena, avvicinandoci alla fine del tunnel, abbiamo creduto di vedere i colori dell’arcobaleno nell’azzurro del mare e abbiamo affollato le spiagge, nelle luci psichedeliche e abbiamo affollato le discoteche, improvvidamente aperte, per la gioia dei Briatore/Santanchè, nel verde delle montagne che si sono riempite di turisti e persino nelle luci soffuse dei lampioni o scintillanti delle vetrine che hanno incoraggiato una nuova movida. La vita è ripresa con maggiore entusiasmo, quasi a recuperare il tempo perduto, abbandonando distanze di sicurezza e mascherine. Poi, è arrivato l’autunno, quando la percezione del pericolo ci è sembrata avercela alle spalle, ed è scoppiata, violenta e temuta, la seconda ondata che, stavolta, ha toccato anche le regioni del Sud che il buon Dio ci aveva risparmiato.

Abbiamo passato un’estate da cicale, senza pensare alla ripresa della pandemia che tutti i virologi davano per scontata. Il Governo, non solo per un’opposizione irresponsabile, ma anche per discordanze nella stessa maggioranza, dei molti negazionisti e dei governatori di Regioni, che hanno remato contro o addirittura fatto ostruzione, ha mostrato incertezza e perso autorevolezza. Non si è voluto accettare il MES (finanziamenti europei a tasso zero) per ristrutturare la Sanità per un veto- più ideologico che pratico- del M5S, e gli ospedali sono rimasti insufficienti per personale e sale di terapia intensiva.

A ottobre sono ripresi i DPCM, contestati da tutti e malvolentieri accettati dai cittadini che hanno perso il lavoro o subito la chiusura delle loro attività. Sono scoppiate le proteste di piazza e, purtroppo anche la violenza, a cominciare da Napoli e ben presto si sono estese al resto d’Italia. Molti governatori si sono ribellati alla suddivisione dell’Italia in zone rosse, arancione e gialle, individuate da un algoritmo di ventuno parametri, sicuramente da rivedere, ma frutto di dati da loro stessi forniti e si sono rifiutati di prendere decisioni impopolari, imputandole al Governo centrale anche se hanno preteso, fino a ieri, maggiore autonomia. Emblematico il caso della Campania, classificata zona gialla in virtù di dati probabilmente non corrispondenti alla realtà, dove lo sceriffo De Luca pretendeva chiusure generalizzate che gli avrebbero tolte le castagne dal fuoco, ben conoscendo lo stato disastroso della sanità, il sicuro collasso degli ospedali e la rabbia di Napoli, un polveriera pronta ad esplodere.  Da populista -alla Salvini del Sud- ha dato libero sfogo alla sua rabbia dopo l’ordinanza del ministro Speranza di zona rossa, individuando i nemici nel Governo, “dilettanti allo sbaraglio”, da sostituire con uno di larghe intrese; in Di Maio, inqualificabile e incapace; in De Magistris che, invece di chiudere il lungomare, ha perduto il tempo in “comparsate televisive” (qui sicuramente con ragione); nei media (giornali e televisioni) che fanno “Sciacallaggio politico e antimeridionalismo”. Sembra aver perduto il senso della misura e la calma necessaria per governare e, invece di correre ai ripari, addossa agli altri le sue deficienze chiedendo medici e infermieri che – come gli ricorda il Ministro Boccia – potrebbe assumere dai 2236 volontari della Campania resisi disponibili.

Il problema delle Regioni è molto serio. Galli della Loggia scrive sul Corriere del 12 novembre: “Il Covid e le Regioni stanno mettendo in ginocchio l’Italia. Con calma, dopo, si dovrà tornare al rispetto della Costituzione originale” che assegnava alle Regioni solo competenze amministrative.

Nella situazione drammatica e di estremo disagio nella quale versa l’Italia non possiamo fare altro che aspettare, con trepidazione e paura, l’arrivo del vaccino auspicando- come scriveva un alunno del prof. D’Orta nell’omonimo romanza: “IO SPERIAMO CHE ME LA CAVO”.

di Nino Lanzetta

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