Il cartellone estivo in città si è concluso ieri ma prosegue il dibattito sull’estate in Irpinia tra concerti, eventi effimeri, e bisogno di progettualità che durino per l’intero anno, promosso dal Corriere dell’Irpinia, inaugurato dalla riflessione della scrittrice Emilia Cirillo e proseguito con i contributi dello scrittore Michele Vespasiano, di Giuseppe Moricola, docente di Storia economica all’Orientale ed esponente di Sinistra Italiana, di Mirella Napodano, già dirigente scolastica, scrittrice ed esperta di filosofia dialogica e Antonio Dello Iaco di Legambiente Avellino. Pubblichiamo di seguito l’intervento di Vinia Lasala, funzionaria Ministero cultura e giornalista
Il cartellone di eventi presentato dalla neo-insediata Amministrazione comunale è stato un campo di battaglia feroce. Ruggini, diatribe, polemiche infinite e spesso sterili, offese, video-selfie spammati senza pietà attraverso le testate giornalistiche online a beneficio di utenti già fiaccati nelle membra dall’estate più torrida che a memoria d’uomo si ricordi. Cosa resta? Quale bilancio si può tracciare di tutto quello che si è srotolato come un tappeto buono nei comuni che costellano la Provincia di Avellino? Chi ha ragione e chi ha torto, se proprio dobbiamo polarizzare la riflessione e dividerci in squadre, squadroni e squadrette nelle quali si riversano le migliori (e forse uniche) energie mentali? I temi sul tavolo sono tanti, mescolati in modo confuso e non sempre capaci di offrire spunti di crescita. Partiamo dalla logica del Campanile. Dai tempi della mia attività in una televisione locale — e di certo anche prima — sembra un ostacolo insormontabile. Il Campanile sta lì, punto fisso come una stella polare per gli abitanti del luogo e per chi vi si avvicina: è inutile cercare di superarlo. Il Campanile è identità, storia, riferimento; un valore aggiunto nella sua accezione più sana. Diventa però un freno a mano tirato quando viene usato nello stesso distretto territoriale per affermare una presunta superiorità sul proprio vicino di casa. Se ci fossero Compa Prisco e Compa Mostino (i protagonisti di una commedia teatrale a firma di Paolo Capozzo del mitico Teatro 99Posti), direbbero che “’ra la notte re li tempi, Compa Pasquale ha semp’ voluto fa l’ammiria e Compa Carminuccio”.
L’invidia: ecco la leva che, insieme alla paura, ci tiene legati con un anello all’orgoglio e all’incapacità di alzare lo sguardo. Un vero peccato. Se i Campanili, diversamente, unissero le loro punte svettanti, si potrebbe tracciare con un filo rosso una mappa stellare capace di orientare non solo gli abitanti dei borghi, ma anche chiunque si trovi ad attraversare il nostro Territorio. Nasce così La Rete. Un territorio che ha senso solo se visto come un mosaico di personalità capaci di dialogare in modo armonico, proprio come accade nelle orchestre sinfoniche. Oggi, invece, moltissimi vogliono stare in prima fila, magari da solisti. Mi domando: quanti anni di studio ha impiegato il Maestro Ughi per stare su quel palco, davanti alle platee del mondo? Abbiamo perso il senso del sacrificio, della fatica e dell’impegno necessari per stare davanti. Questo vale in qualsiasi ambito della nostra esistenza, inclusa una programmazione culturale che ha comunque offerto un caleidoscopio di incontri tra intrattenimento, divertimento, formazione e cultura, dove ogni singolo elemento ha rappresentato uno stimolo a crescere.
Su tutti, considero emblematico un momento piccolo ma significativo vissuto durante il concerto di Ambrogio Sparagna, dell’Orchestra Popolare Italiana e dei Lumanera per i festeggiamenti di Ferragosto in città. Per concludere il suo concerto, Sparagna ha introdotto un brano composto dall’ultimo verso della Divina Commedia: «l’amor che move il sole e l’altre stelle». Una signora dietro di me ha bofonchiato una frase tipica di una postura fin troppo diffusa: “Ho bisogno di leggerezza, non di cose pesanti”, confondendo la leggerezza con la pigrizia cognitiva. Per me la cultura è anche questo: portare in una piazza un verso di Dante e offrirlo anche a chi non ne ha mai sentito parlare, non per rimarcare una distanza o coltivare invidia sociale come se fossero pomodori sul balcone, ma per offrire una scintilla della più alta espressione raggiunta dalla mente umana. Per tornare a casa portando come ricordo un verso della Divina Commedia. A furia di scambiare la leggerezza per pigrizia ci siamo imbarbariti, abdicando agli stimoli che la cultura può offrire per far accendere quella polvere di stelle di cui siamo fatti. Cultura è dare la possibilità, anche a chi non può permetterselo o a chi non ci pensa (e si badi, non è una colpa!), di ascoltare uno dei violinisti o dei trombettisti più grandi della storia della musica. È un invito ad elevarsi come esseri umani, a ricercare dentro di noi quella bellezza che abbiamo dimenticato in favore di un’esteriorità fasulla. È rivedere i luoghi della nostra città riempirsi di nuovi sguardi nutriti dall’ingegno umano, capaci di ispirare un bambino o una bambina a diventare, da grandi, “quel signore lì” o “quella signora là”. Mi vengono in mente le immagini – per me romantiche – di una Piazza Duomo gremita di persone in religioso silenzio a guardare un film del 1927, Metropolis, di spaventosa attualità; o l’ascolto delle note delle Bande musicali – la tradizione popolare – far vibrare le foglie dei platani e le anime degli ascoltatori nella Villa Comunale. Una frase attribuita a Nietzsche afferma che “se fissi a lungo l’Abisso, l’Abisso si fissa dentro di te”. Non è forse quello che accade mentre stringiamo i nostri smartphone zeppi di contenuti tossici? Non può essere la stessa cosa con la Bellezza e la Cultura? “Se guardi a lungo la Bellezza, la Bellezza si fissa dentro di te”.
Cultura significa anche ritrovare il piacere di una programmazione misurata sulle finanze e fatta per la città, senza accecare gli occhi con manifestazioni grossolane messe in un calderone al solo scopo di abbagliare come fuochi d’artificio, per poi scomparire nel nulla. Stiamo perdendo di vista noi stessi come comunità. La Cultura non è noiosa o incomprensibile: è madre di condivisione e crescita per chiunque si lasci avvicinare. Non è solo una questione di budget, ma di un Pensiero sano che crea rete, qualità e perfino un sano disagio, perché la Cultura deve stimolare la mente e far porsi domande. Poi, naturalmente, c’è spazio anche per il Divertimento, a cui è strettamente connessa. Spero quindi che questa prima fase serva a gettare le basi per una continuità, consentendo alle idee di radicarsi. Tutti siamo chiamati a dare il nostro contributo e ad accogliere la proposta culturale con curiosità. Le critiche sono utili se costruttive se servono ad arricchire le idee, ad allargare la pianificazione, ad ampliare la partecipazione delle tante e vivaci forze che già operano sul campo; se sono finalizzate solo a polarizzare l’opinione pubblica assomigliano al tiro alla corda: chi tira di qua, chi tira di là, si sprecano energie e alla fine non ci si sposta di un millimetro.
Non si possono accontentare tutti, ma la Cultura, se è tale, è universale e parla a chiunque. La selezione è necessaria per raggiungere il livello creativo più alto possibile. Non lasciamoci trascinare in polemiche infinite su questa o quella amministrazione: si tratta di rappresentanti che esercitano il mandato ricevuto dai cittadini. Punto. Fanno semplicemente il proprio lavoro per una città che deve riscoprire la propria IDENTITÀ. Se quello che è stato seminato riuscirà a radicare senza farsi soffocare dal sottobosco dei piccoli interessi personali, si potrà costruire un tessuto sociale e professionale solido. Lo scenario globale è complesso e le sfide sono gigantesche. Ed è a livello Locale che si possono superare a patto di scegliere di collaborare, sforzandosi di andare oltre gli individualismi che ci stanno volontariamente isolando per generare caos e immobilismo. La vera Resistenza è esercitare la condivisione, la socialità, il dialogo costruttivo e l’ascolto attivo con la volontà di camminare insieme per la comunità.