Gioca con il rovesciamento dei miti Parastasi Kitsch, spettacolo teatrale a cura di Cantiere Teatrale Flegreo / En Art, in scena sabato 21 febbraio alle ore 19.00 e domenica 22 febbraio alle ore 18.30 presso il Libero Spazio d’Arte di via Partenio, quinto appuntamento della rassegna FATTI D’ARTE, di e con Fabiana Fazio e Irene Grasso
Lo spettacolo è lliberamente ispirato a La morte della Pizia, racconto ironico di Friedrich Dürrenmatt, che definiva il paesaggio delfico «il solito sempiterno spettacolo kitsch». Da lì parte questa dissacrazione: due archetipi ridotti a caricature, chiusi in un tempio-museo, prigionieri di un copione che ripetono da millenni senza più crederci. I luoghi sacri abitati da due Miti appaiono in decadenza, la sacerdotessa Pizia e il Gran Sacerdote Merops non appaiono più capaci di consegnare verità ma solo visioni frutto della loro immaginazione. Il tempio è chiuso per fallimento. Ma lo spettacolo continua. Sono secoli che la Pizia e il Gran Sacerdote Merops aspettano clienti. Il tempio cade a pezzi, i costumi sono lucidi solo nei punti sbagliati, il fumo della macchina effetti è più denso delle loro profezie. Eppure, ogni sera, vanno in scena. Perché il cliente – quando arriva – ha sempre ragione. E la verità? Quella non l’ha mai chiesta a nessuno.
Parastasi significa vendita, mercato, rappresentazione. Nel titolo c’è tutto. Parastasi, in greco antico, è la pubblica vendita. Ma anche la performance. L’oracolo è un prodotto. Il responso è una consegna. Apollo è un marchio depotenziato, di cui loro due sono gli ultimi, stanchissimi promoter. Sul palco, la Pizia e Merops si sopportano, si insultano, si aggiustano la parrucca a vicenda. Preparano il vaticinio come un piatto da servire freddo. Inventano verità su misura. E aspettano. «Il volere divino deve compiersi – dicono –. Qualcuno deve pur farlo». S’interrogano sugli uomini, vendono verità su commissione, si fanno beffe delle loro debolezze e delle loro credenze, scoprendo la vanità delle loro azioni. La Pizia e Merops sono ancora lì, chiusi da secoli nel loro santuario, a mettere in scena lo stesso rituale fatto di gesti sacri, fumo, luci e profezie.
Ma il gioco è scoperto. I due sono burattinai e burattini, vittime e carnefici. E intorno, il teatrino traballa. Forse crolla. Forse no. Finché c’è un cliente, si va in scena.
Uno spettacolo che mette in discussione con ironia amara, il senso stesso del fare teatro oggi. Tenere in piedi il gioco. Sperando che qualcuno, dall’altra parte, abbia ancora voglia di giocare. N
Un “teatrino” a cui non credono più – se mai ci hanno creduto – ma che continuano a ripetere perché è questo che la gente vuole. “Eccoli denudati di ogni sacralità – si legge nelle note di regia – alle prese con stupide scaramucce e infantili capricci. Vendono una merce che non hanno. Messi lì a inventare un futuro e una verità, di cui non sanno nulla. Messi lì per mostrare il volere divino. Messi lì (e lì dimenticati) da qualcun altro, per recitare il proprio ruolo in questo spettacolo… “così schifosamente kitsch”! Una satira feroce e grottesca sul mito, sulla fede e sul gioco eterno delle parti.


