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Pd, il partito che non c’è

 

Una volta c’erano i democristiani e i comunisti. Gli uni, i primi, gestivano il potere, i secondi, i comunisti, si ponevano quasi sempre come oppositori costruttivi. Qualche volta, con fare strumentale. Come quando si disse che Ciriaco De Mita aveva preteso che l’Ofantina fosse realizzata, purchè il tracciato passasse sotto Nusco. Sarebbe interessante rileggere i giornali dell’epoca per capire quale terremoto politico si sia registrato con personaggi oggi diventati protagonisti del peggiore consociativismo. E’ vero, c’erano anche i socialisti. Bettino Craxi con un colpo di spugna li cancellò insieme alla loro nobile storia politica italiana. Gli altri, i repubblicani, i socialdemocratici reggevano il moccolo garantendo, con qualche ricatto, la tenuta del pentapartito. Anche la Destra, pur senza essere una forza politica decisiva, svolgeva il suo ruolo di contrasto contro il malaffare. Come sempre, la sinistra dura e pura, veniva considerata, e indubbiamente lo era, coscienza critica. Così, in estrema sintesi. Poi venne tangentopoli. Spazzò via tutto, tra bava alla bocca, monetine gettate a dispregio, morti eccellenti che tolsero il velo sulla Grande Corruzione. Da allora la politica è morta. Al suo posto si è insediata la frammentazione, il personalismo, il nepotismo e i partiti politici si sono trasformati in club di appartenenti, mossi quasi sempre dal desiderio della conquista del potere. Ma tangentopoli non è mai finita. Per quanto Enrico Berlinguer avesse lanciato un messaggio di grande moralità, con il tentativo di far riconquistare una prospettiva di recupero dei valori della politica. In questi anni il popolo italiano ha conosciuto di tutto e di più. I governi di solidarietà nazionale (dopo il rapimento di Aldo Moro), di coalizione, fino a giungere all’attuale governo di Matteo Renzi che, strumentalizzando il voto referendario sulla riforma della Costituzione, sta portando avanti una battaglia personale e di sfida, laddove l’esigenza primaria dovrebbe essere quella di arbitro e di garante (delle necessarie modifiche costituzionali) per la riaffermazione dei valori fondamenti che dettero vita alla nascita della Repubblica e della Democrazia. Ed è qui il rischio vero. Su questa partita si gioca il futuro del nostro Paese in Europa. Che cosa è accaduto in questi ultimi anni? Il cancro che ha eroso la politica è stata la fine dell’identità e la morte di quei valori che, pur nella distinzione dei ruoli, favorivano il dialogo e il confronto. Soprattutto sui problemi e non, come oggi, su presupposti basati sul nulla. I democristiani hanno conservato solo parte di identità, diventando, nel lungo percorso che va dal Ppi, alla Margherita, fino al Pd, solo i difetti maggiori di una pur grande esperienza politica storica. I comunisti (il vecchio Pci, diventato poi Pds e ancora Ds) sono scomparsi. Svendendo la loro identità (la caduta del Muro di Berlino è stato solo l’ultimo atto della deflagrazione) e immiserendosi nella conquista del potere. Comunque sia. Oggi che cosa è il Pd? Non è certo ciò che si profetizzò al momento della sua nascita. L’alleanza tra cattolici, marxisti, liberali progressisti è, purtroppo, miseramente fallita. Non l’idea ha vinto, ma la suggestione del potere per il potere. E oggi la guerra è feroce tra uomini senza partito e annunci della politica del fare, smentiti dalle statistiche Istat che denunciano, con grande chiarezza, l’allarmante disoccupazione dilagante, il fallimento del jobs act nei tempi lunghi, il divario tra Nord e Sud, pur tanto strombazzato con mance alla vigilia delle prossime elezioni amministrative.

Se il Pd nazionale si chiude nel suo cerchio magico, allungando le mani su molti settori della vita civile, (si pensi all’informazione e agli assetti societari, oltre alla sudditanza dei canali televisivi pubblici), peggiore è la situazione nelle Regioni meridionali, nei confronti delle quali l’illustre costituzionalista Sabino Cassese ha emesso un giudizio durissimo, sentenziando il loro ruolo negativo (“Ammazzano il Sud”). Un esempio è quanto accade in Campania. Il Pd per diventare a trazione renziana sta facendo di tutto. Prima truccando le primarie per la candidatura a sindaco della metropoli (il voto di scambio e le conseguenze negative), poi alleandosi con il trasformista Verdini, che arriva con i suoi sponsor a esporre a rischio la vita di Saviano e Capacchione, chiedendo la soppressione della loro scorta, infine imbarcando un altro pezzo del trasformismo meridionale, come la nuscana demitiana Udc che a Napoli sostiene Valente e a Benevento Mastella. Certo non c’ è da meravigliarsi se solo si volge lo sguardo al recente passato delle elezioni regionali. Allora l’Udc, alleato di Caldoro fino alla vigilia del voto, si convertì a quel Vincenzo De Luca, in una notte a Marano, lo stesso che aveva profetizzato che importante era vincere e poco o nulla importava con chi. Tutto questo, ed altro ancora, non è che il frutto di un Pd inesistente in Campania che oggi rischia di riconsegnare la città più importante del Sud al sindaco uscente De Magistris, salvo sorprese. E qui in Irpinia? Il Pd non è mai nato. Perchè la cultura politica, l’organizzazione partitica non hanno mai cambiato pelle. La sigla Pd è qui solo una beffa. Un piedistallo su cui hanno preso posto vecchie logiche spartitorie manovrate da personaggi che comunisti non lo sono mai stati e che si sono dimostrati mediocri democristiani della peggiore specie. Qui, in Irpinia, la politica è morta. E’ nato un altro cerchio magico che fa leva sulla suggestione di chi rimane lucidamente stratega di operazioni trasformistiche. Il caso della elezione del presidente dell’Asi è emblematica. Un partito, il Pd, che può contare sul novanta per cento dei consensi, diventa prigioniero di un gruppuscolo di potere che, organizzando una trasversalità paragonabile al peggiore consociativismo di vecchi comitati, riesce a mettere all’angolo il partito democratico. Perchè quello che doveva essere un partito orgoglioso di sé, appunto il Pd, si è trasformato in una torta, tagliata in quattro fette, con posizioni di personale interesse. Si potrebbe dire, brutalmente: D’Amelio, presidente del Consiglio regionale, aiuta l’Udc a prendere la presidenza dell’Asi, e in cambio potrebbe ottenerne il sindaco di Lioni. Questa è politica? E’ orgoglio di appartenenza? E che fa il partito regionale? Avalla. E quello nazionale? Tace. Perchè come disse il compianto Marco Pannella, in una intervista, a proposito della realtà nella nostra provincia: è una vandea. Ed è qui, in Irpinia, che il Pd nasce da una costola della Dc, poi diventa Udc e se domani dovesse trasformarsi in un partito qualunquista sarebbero ancora molti ad accodarsi. Gli stessi. Di sempre. In realtà, un partito non può vivere, se c’è chi lo utilizza per fini personali e per logiche di potere.

edito dal Quotidiano del Sud

di Gianni Festa

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