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Tra messaggi cifrati e candidature annunciate, il Pd si prepara al congresso più difficile della sua storia. Crescono i candidati ufficiali e quelli in pectore. E si intensificano anche le manovre e i fuochi di sbarramento preventivo. Il tutto a comporre un puzzle di difficile decifrazione all’esterno. A questo quadro si aggiungono anche i bizantinismi di un regolamento congressuale che rischia di riportare indietro, alla stagione dei “caminetti” correntizi, un partito che avrebbe bisogno di re-immergersi nelle sue radici popolari per poterle ritrovare. E così rinascere. L’aggiunta, alle candidature annunciate di Martina e di Zingaretti (con l’outsider Righetti), di quella di Minniti ha modificato non solo lo schema degli aspiranti, ma anche quelle delle forze in gioco. Con la sua discesa in campo (caldeggiata da Renzi), l’ex ministro dell’Interno ha anche sottolineato che il bene del partito presupporrebbe una competizione fra due candidature che rispondano a una chiara collocazione politica. Una più di sinistra (il governatore del Lazio) Una più moderata (lui). Con la postilla che, se fosse necessario in questa ottica di non frammentazione ulteriore, sarebbe disponibile a farsi da parte. Il messaggio era rivolto, come si dice, a nuora perché suocera intenda. In particolare all’ex premier Renzi, il quale (dopo aver incoraggiato anche Martina) appare fermamente intenzionato a riprendersi il controllo del partito sia pure per interposta persona. E avrebbe messo su una strategia dal duplice fine: condizionare fortemente, fin dalla candidatura, l’elezione di un esponente, se non a lui vicino, quantomeno non ostile, da un lato. E impedire che si concretizzi l’affacciarsi all’orizzonte di un segretario troppo forte e indipendente, dall’altro. Tatticismi che contrastano con la necessità di osare in campo aperto per recuperare il popolo perduto. Il Pd non sembra sfuggire all’impressione di aver cominciati dalla coda, cioè dalle candidature e dalle alleanze, piuttosto che dall’inizio, cioè dai principi e dai valori.

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Lo statuto del Pd, risalente a non moltissimi anni fa, appare poi politicamente preistorico, nel senso che è il prodotto in un’altra stagione politica. Essa era dominata da molti e agguerriti capi e capetti di corrente e di gruppi fermamente intenzionati a presidiare il territorio in un periodo di vacche grasse. E a non cedere, ad altri, pezzi di controllo del partito. Perciò si sono raggiunte punte sublimi di puntualizzazioni da azzeccagarbugli. Di fronte al rischio di leadership troppo forti, si è messo su un mostruoso carrozzone: diverse fasi congressuali, piattaforme politico- programmatiche, convenzioni territoriali fino a quella nazionale che approverà le candidature alle primarie. Ad esse saranno collegate le liste di candidati all’assemblea. Però se nessuno dei candidati raggiunge il 50% dei voti alle primarie (e in un gioco a tre o più diventerebbe quasi impossibile), la palla tornerebbe all’assemblea nazionale. E, quindi, alle correnti interne e ai loro giochini. Insomma, un guazzabuglio da mal di testa, che non è servito ad impedire la deriva personalistica di Renzi. Basta ricordare come sia riuscito a diventare non solo il leader del partito, ma una sorta di padrone. A rendere la vita impossibile ai più indigesti. E a zittire, perfino dopo le sonore sconfitte elettorali, tutti gli altri (compresi quasi tutti i candidati attuali) .

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E’ alto, perciò, il rischio che davanti agli elettori si reciti un copione ancora una volta artefatto. E che dietro le quinte la realtà sia un’altra. Con misteriosi accordi tra capi e capetti, indifferenti ai contenuti. Intanto, dal convegno renziano a Salsomaggiore sono emersi due elementi. L’insofferenza di molti, che si sentono “ospiti nel Pd”. E la sottolineatura da parte di Renzi del partito come “un mezzo, non un fine”, che ha fatto pensare al possibile varo di un’altra formazione. Proprio il tornado Renzi si pone infatti come un macigno sulla strada di ogni candidato. Metà dell’elettorato Pd ha vissuto quell’esperienza come un tradimento delle comuni radici ideali e degli interessi popolari. E ora, pensare di poter andare oltre quel periodo traumatico con espedienti di piccolo cabotaggio potrà forse servire alla rielezione di qualcuno, ma non a far riemergere il Pd dalla coltre di irrilevanza che rischia di sommergerlo!

di Erio Matteo edito dal Quotidiano del Sud

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