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Piazza Morosini: l’impegno e il dovere della memoria

In questo 25 aprile, anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, nella insolita condizione della quarantena domiciliare impostaci dal covid19, il pensiero torna a quanti, con il loro sacrificio, ci hanno consegnato in eredità quella libertà che oggi, forse, riusciamo a apprezzare di più. E di sicuro rimpiangiamo.

 

Mi riferisco in particolar modo alla memoria di Don Giuseppe Morosini, nome-simbolo per il nostro comitato, La Voce di Valle. Per chi vive in questa parte di città, il suo nome è il nome della “piazza del cannone” e del monumento ai caduti. Ma di sicuro, in pochi si saranno chiesti chi fosse don Giuseppe  Morosini.

 

Per noi volontari del comitato, piazza Morosini è una sorta di casa all’aperto: ogni volta che intendiamo incontrarci per programmare il da farsi, quello è il nostro punto di riferimento. Lo spazio da dove ripartire. Sempre. Sembra quasi che il giovane sacerdote e cappellano militare sia con noi a lavorare, a rimboccarsi le maniche, a denunciare. A sostenerci nel nostro impegno.

 

Accade spesso che la celebrazione della Pasqua cada proprio nel mese di aprile. Nello stesso mese in cui ricorre l’anniversario della Liberazione, si celebra anche la memoria della risurrezione di Cristo, crocifisso dopo essere stato tradito da Giuda. Quante analogie ci sono con la storia di don Giuseppe, anch’egli tradito e venduto per 70.000 lire.

 

Nato a Ferentino il 19 marzo 1913, Giuseppe Morosini fu cappellano militare a Fiume. Rientrato a Roma nel 1943, dopo l’armistizio dell’8 settembre entrò nella Resistenza. Aveva un ruolo di assistente spirituale, ma diede anche sostegno concreto ai partigiani, rifondendoli di cibo e armi. Era in contatto con la “banda Fulvi” a Monte Mario. Nel gennaio 1944, fu tradito da un infiltrato della Gestapo, dopo aver svelato i piani delle forze tedesche sul fronte del monte Cassino. Arrestato dalle SS, mentre raggiungeva il quartiere Prato, fu trasferito al carcere di Regina Coeli. Malgrado le torture, il giovane Giuseppe non rivelò mai il nome dell’ufficiale della Wehrmacht che gli aveva consegnato copia di quella mappa. Fu fucilato il 23 aprile 1944. Aveva 31 anni.

 

In quello stesso momento, a Regina Coeli era detenuto anche Sandro Pertini. E proprio lì Pertini lo incontrò, al termine di un interrogatorio delle SS. Nel 1969, il futuro Presidente della Repubblica lo avrebbe così ricordato: «Il volto tumefatto grondava sangue, come Cristo dopo la flagellazione. Con le lacrime agli occhi gli espressi la mia solidarietà: egli si sforzò di sorridermi e le labbra gli sanguinarono. Nei suoi occhi brillava una luce viva. La luce della sua fede. Benedisse il plotone di esecuzione dicendo ad alta voce: “Dio, perdona loro: non sanno quello che fanno”, come Cristo sul Golgota. Il ricordo di questo nobilissimo martire vive e vivrà sempre nell’animo mio».

 

Un ricordo di una tristezza profonda, ma che getta una luce nuova sui luoghi della nostra quotidianità. Immaginiamo i 12 militari del plotone d’esecuzione mentre, sbigottiti, si vedono perdonati dal giovane sacerdote mentre affronta la sua condanna. L’impressione fu tale che dieci di loro, resisi conto dell’enorme ingiustizia di cui si sarebbero macchiati, sprarono in aria. Solo 3 lo ferirono, prima di essere finito dal comandante del plotone.

 

Quanta storia dietro un nome. Quanti significati di cui, se vogliamo, sono carichi i monumenti, le pietre e persino il verde di una piazza che, il più delle volte, attraversiamo con indifferenza. E, magari, con poco rispetto, finendo per offenderne la memoria stessa. Tutto questo ci riporta al dovere civile dell’impegno, dell’essere vigili sentinelle dello spazio pubblico. Come la nuova forma di resistenza cui siamo chiamati. Una resistenza civile fatta di cura per la comunità, contro l’indifferenza. Dobbiamo avere ben chiaro il prezzo di libertà e diritti che diamo per acquisiti. Ma che, oggi più che mai, sono in discussione. Un valore che vogliamo ricordare leggendo insieme, lontani ma vicini, la nostra Costituzione. Un modo per rendere onore alla memoria di don Giuseppe Morosini e di tutti i martiri della Resistenza.

E per ricordare a tutti noi la responsabilità e il dovere della memoria.

Raffaele Taglialatela
presidente Comitato Civico la Voce di Valle

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