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Politica e partiti: un fallimento

Di Gianni Festa

Sarà pure che ad una certa età e grazie ad un vissuto straordinario si diventa più esigenti, ma ciò che ci narra il presente è davvero a dir poco deludente. Sia che si guardi alle vicende nazionali, o che ci si cali nella realtà regionale e locale. In tutti i casi si registra il fallimento della politica e dei partiti. Ovviamente la politica è mutata attraverso il tempo, diventando da organizzazione per la risposta ai bisogni, a interesse di gruppi o di individui. Così per i partiti nei quali la partecipazione si è sempre più assottigliata, mentre prevalgono decisioni di pochi e verticistiche. Esempi di queste mutazioni sono le turbolenze nella stessa maggioranza di governo tra rappresentanti di un centrodestra incollato con tanti pezzi (manovra economica, elezione giudici per la Consulta, Autonomia regionale differenziata, ecc.) mentre surrettiziamente avanzano disegni di cancellazione dei diritti con propositi di restaurazione. Di contro, anche le opposizioni al governo Meloni, e gli stessi sindacati, si lacerano al loro interno in cerca di una leadership che non c’è. In questa morsa da pensiero debole il cittadino naviga a vista guardando agli eventi con perplessità e accusando un comprensibile sbandamento. Dal governo nazionale a quello regionale. In Campania, il cosiddetto “caso De Luca” mortifica la politica e svuota di contenuti il ruolo dei partiti. Il comportmento sinusoidale del governatore presenta tutti gli aspetti dell’assenza della politica. Insistere, come egli fa, sul “Terzo mandato” testimonia il non rispetto del valore della democrazia che è partecipazione dell’elettore nelle scelte che è chiamato a fare. Imporsi per propria volontà fidando sul familismo e sul clientelismo è, invece, una insopportabile offesa. Se poi si entra nel merito del bilancio delle cose fatte ci si accorge che il mandato dell’efficienza è stato del tutto tradito. In realtà, nel 1970, quando nacquero leRegioni, in attuazione del dettato costituzionale, si precisò che esse avrebbero dovuto assolvere al ruolo della programmazione del territorio in una visione di equilibrato sviluppo tra le aree più dotate e quelle più deboli. Questa giusta esigenza è stata tradita. In Campania, infatti l’area metropolitana e la fascia costiera hanno subito un ingolfamento esagerato, mentre le aree interne per l’assenza di una politica di sviluppo del territorio si spopolano con un tasso di emigrazione pari solo a quello del Dopoguerra.

Dunque per tornare al governatore De Luca la sua disattenzione per le aree deboli della regione (Alta Irpinia, Cilento, Sannio) ha prodotto solo un aumento delle povertà e un deserto di presenze, mentre la maggior parte delle risorse hanno preso la strada del Salernitano (dove era stato sindaco per anni) e del Napoletano dovendo fare i conti con una maggioranza di consiglieri regionali che ha preteso grande attenzione. Proprio da queste aree, NapoliSalerno, De Luca ora punta ad ottenere i consensi per il terzo mandato, avendo “sistemato” nei posti di potere buracratico i suoi fedelissimi. Per le aree interne, bastano i colonnelli fidati per la distribuzione di mance e per tenere quiete le popolazioni. E questo gli consente di lanciare la sfida al Partito Democratico che ha perso solo tempo ad inseguirlo. Di politica e di partiti, infine, in Irpinia è pressochè inutile parlare. Qui la politica è morta sotto i colpi dell’individualismo sfrenato che non fa riferimento ai bisogni delle comunità e gli stessi partiti, o meglio ciò che di essi resta, attraversano una crisi di identità come mai si era verificato. L’ampliamento del civismo è il segno del fallimento del Pd in particolare, che nega ogni istanza di partecipazione degli iscritti per elaborare una strategia di sviluppo del territorio. Il Comune capoluogo, ad esempio, vive sull’orlo di una crisi di nervi, tra inciuci e capipopolo che rendono fragile ogni istanza di rinnovamento. Analisi dettata da solo pessimismo? E’ la realtà che ci circonda che ci narra del fallimento della politica e dei partiti.

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