Riceviamo da Ciro Aquino, sindaco di Montefredane, e pubblichiamo.
La prospettiva di una riforma elettorale in senso proporzionale, accompagnata dal ritorno delle preferenze, non dovrebbe spaventare nessuno. Al contrario, rappresenta un’opportunità per rafforzare la democrazia e ricostruire un rapporto diretto tra cittadini ed eletti.
Per troppo tempo il Parlamento è stato il luogo delle candidature decise dall’alto, delle liste bloccate, dei nominati.
Un sistema che ha progressivamente allontanato gli elettori dalle istituzioni, alimentando sfiducia e contribuendo alla crescita dell’astensionismo. Quando il cittadino percepisce di non poter scegliere realmente chi lo rappresenterà, è inevitabile che venga meno anche la motivazione a partecipare al voto.
Le preferenze, invece, restituiscono dignità alla volontà popolare. Costringono chi aspira a un seggio a confrontarsi quotidianamente con i cittadini, con le comunità locali, con i problemi concreti dei territori. Non basta più essere inseriti in una lista o beneficiare della protezione di un leader nazionale: occorre conquistare il consenso sul campo, dimostrando competenza, presenza e credibilità.
Per i partiti questa può diventare una straordinaria occasione di crescita. Significa costruire davvero un partito dei territori, valorizzando sindaci, amministratori locali, professionisti e donne e uomini che ogni giorno affrontano i problemi delle comunità. È da qui che può rinascere una rappresentanza autentica, capace di portare in Parlamento le esigenze delle aree interne, dei piccoli comuni, delle imprese e delle famiglie.
Con le preferenze finisce anche il tempo delle rendite di posizione. Tutti saranno chiamati a dimostrare il proprio radicamento e il proprio consenso. Non ci saranno più corsie preferenziali garantite esclusivamente dalla fedeltà ai vertici o dall’appartenenza a una corrente. Saranno gli elettori, e solo gli elettori, a decidere chi merita di rappresentarli.
Ma il consenso non si costruisce con gli slogan. Si conquista lavorando. Vince chi contribuisce a semplificare la burocrazia, chi si batte per reperire risorse contro il caro energia, chi accelera la realizzazione delle infrastrutture strategiche, chi affronta il problema della dispersione idrica, chi sostiene lo sviluppo economico e turistico dei territori. Vince chi sceglie di essere presente nelle comunità, partecipando alle iniziative locali, valorizzando le tradizioni, vivendo i borghi e condividendo le occasioni di crescita e di aggregazione, dalla grande opera pubblica fino alla sagra del Fusillo e del Pezzente, simbolo dell’identità e dell’orgoglio di una comunità.
La preferenza è, in fondo, una responsabilità reciproca. Per l’elettore, che sceglie la persona oltre il simbolo. Per il candidato, che sa di dover rendere conto del proprio operato. È un meccanismo che premia il merito, la presenza e il lavoro costante.
Non è un caso che molti amministratori locali guardino con favore a questa prospettiva. Oggi, spesso, il punto di riferimento più vicino ai territori è il consigliere regionale, proprio perché eletto con le preferenze e quindi naturalmente portato a mantenere un rapporto continuo con i cittadini. Restituire questa dinamica anche all’elezione del Parlamento significherebbe ridare forza alla rappresentanza nazionale e far sentire meno soli sindaci e amministratori locali, troppo spesso privi di interlocutori diretti nelle istituzioni centrali.
La politica italiana ha bisogno di recuperare il valore della partecipazione. Ha bisogno di tornare nei territori, nelle piazze, tra le persone. Ha bisogno di ascoltare prima di decidere.
Le preferenze non sono la soluzione a tutti i problemi della nostra democrazia, ma possono rappresentare un importante antidoto all’astensionismo e alla distanza tra cittadini e istituzioni. Perché la buona politica nasce dal consenso conquistato sul campo, non da una candidatura blindata.
È il momento di restituire agli italiani il diritto di scegliere davvero chi li rappresenta. E di riportare i territori al centro della vita politica nazionale.


