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Quando la maglia era una seconda pelle

 

Per uno strano destino quest’anno il sipario sul campionato di serie A si alzerà tra poche ore mentre proprio oggi compie 73 anni Gianni Rivera una delle ultime bandiere di un calcio che le ha totalmente ammainate. Il capitano del Milan ha smesso nel ’79 quando ad agosto si giocavano solo le amichevoli e le prime gare di Coppa Italia. Differenze profonde con quel che accade adesso. La maglia era una seconda pelle e i giocatori dei simboli. Lo era Rivera per il Milan così come Mazzola per l’Inter o Bettega per la Juventus. Nel “nostro” Avellino lo sono stati Di Somma e Lombardi al quale giustamente è dedicato oggi lo stadio. La comunità aveva bisogno di riferimenti identitari e i calciatori giocavano per i soldi ma anche o soprattutto per onorare una maglia. Questo secondo aspetto sta pian piano sparendo. Il vero proprietario di un calciatore non è più la sua squadra ma il suo procuratore. Sono i tanti Raiola i boss di un mercato sempre più vertiginoso e milionario. Per un bambino affezionarsi al campione del proprio club è sempre più difficile. L’esempio più vistoso è il caso Higuain. Capocannoniere e idolo di Napoli lascia i partenopei per l’odiata Juventus. Ma ormai il calcio è business. La Milano delle famiglie storiche Moratti e Berlusconi è diventata “cine – se”. Capitali che arrivano da un paese-continente con una strategia già avviata qualche anno fa quando nel calcio ormai asfittico di casa nostra arrivano i capitali cinesi che attraverso la società svizzera Infront controlla i diritti televisivi. Come ha confermato l’in – chiesta della Procura di Milano la Infront è praticamente una sorta di banca del calcio, con il controllo sulle sponsorizzazioni, il marketing, la gestione degli stadi, la produzione televisiva e addirittura gli interventi sul capitale di alcune squadre. Presa Infront, la Cina ha puntato alla conquista dei club. E del resto ormai la proprietà delle grandi squadre anche negli altri paesi europei è affidata a multinazionali americane o ad emiri arabi. Insomma il calcio è cambiato. La smania di vittorie future cancella il passato. Quando Rivera smette di giocare diventa immediatamente dirigente del Milan. La storia continua e non è un caso che si interrompe con l’arrivo di Berlusconi. Come farà in politica il “Cavaliere” è una personalità che rompe lo schema della tradizione. Immette una liquidità incredibile ed è ancora oggi il Presidente di una squadra di club che ha vinto di più e lo fa sacrificando una bandiera e facendo viaggiare la macchina Milan con altre idee e uomini. Una rivoluzione che paga in termini di risultati. Un modo di procedere che negli anni ottanta fece scalpore e che oggi è diventato la regola. Si apre dunque un campionato che ha orizzonti più larghi. I grandi club guardano sempre di più all’Eu – ropa, ad una sorta di super-league per superare confini sempre più stretti e soprattutto per incassare più soldi attraverso i diritti TV. In questo mondo sempre più avido si affaccia la nostalgia di una serie A conquistata e conservata per dieci anni. Quell’impresa assume sempre più i contorni del mito e del resto il grande Gianni Brera nell’ormai lontano 1980 scrisse che “esiste in Italia una squadra che gioca come il Brasile, che profuma di cibo genuino e campi in fiore. Una squadra che, però, non è brasiliana: si chiama Avellino. Questa squadra gioca al calcio magistralmente, senza sentirsi inferiore a nessuno e senza mostrare nessun borioso senso di superiorità. Umile e operaia, e nello stesso tempo nobile, come solo i veri aristocratici sanno essere. Questa squadra, l’Avellino, è la più bella realtà del calcio di provincia della storia italiana”.
edito dal Quotidiano del Sud

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