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Quando la sconfitta è di tutti

 

Quello che appare più evidente nella scissione del partito democratico è il disincanto degli elettori che appaiono smarriti di fronte ad una frattura che ancora una volta colpisce la sinistra italiana. Quando una storia si chiude sono un po’ tutti responsabili. Nessuno può o deve cantare vittoria. La sconfitta è comune, non c’è un vincitore. Il PD era nato per unire tradizioni, storie e culture diverse. Una gestazione lunghissima e travagliata e dopo dieci anni si può dire che è stata una fusione fredda. Un’ amalgama non riuscito per usare le parole di D’Alema. In questi ultimi giorni è mancata innanzitutto una iniziativa del segretario. Renzi si doveva far carico delle divisioni interne e non rifugiarsi nel titanismo. Non si può dire: o state con me oppure quella è la porta. E adesso è stato calendarizzato un congresso con un vincitore già annunciato. Renzi dovrà vedersela con Emiliano ed è al momento nettamente favorito. L’ex premier potrebbe puntare su un modello diverso da quello che è stato l’attuale PD. Un partito più centrista che non ha paura di riforme sociali ed economiche diverse e alternative a quelle della sinistra tradizionale. La sfida principale è quella di far continuare a fare del PD il partito baricentro del sistema con una visione europeista che non ceda agli argomenti nazionalisti e anti-euro. Resta da stabilire se Renzi resta il personaggio più adatto per guidare tutto il centrosinistra a risalire la china. Non è più tempo di leader solitari. E’ prima di tutto lui ad aver bisogno oggi di padri nobili come Fassino e Veltroni e dell’apporto degli eredi della Margherita e dei diesse non scissionisti. Ma fuori dal mondo renziano iniziano le responsabilità di chi ha voluto tenacemente rompere. Una frattura che non è di questi giorni ma che risale all’insediamento di Renzi a largo del Nazareno. Bersani e D’Alema soprattutto non hanno mai digerito quella sconfitta. Non hanno mai pensato che Renzi potesse avere a cuore la “ditta”. Hanno rotto formalmente su un cavillo burocratico la data del congresso mahanno una linea politica radicalmente diversa. Distanze incolmabili sul welfare e sui diritti del lavoro e soprattutto sulle riforme costituzionali come è emerso plasticamente lo scorso 4 dicembre. E se queste sono ragioni nobili hanno il torto di non aver voluto sfidare Renzi nel partito ma fuori dal PD. Il campo del centrosinistra di questi anni è stato un campo seminato da macerie. La parole macerie è anche quella utilizzata da Enrico Letta per ricordare un concetto semplice a distruggere ci si mette un attimo a costruire una vita. Bisognerebbe – secondo Letta – guardare all’interesse del paese e mettere da parte le logiche di potere. Si sono smarrite le ragioni della politica proprio nel momento peggiore. Non solo in Italia ma in tutta Europa il malcontento popolare è tale che alle forze antisistema viene perdonato tutto e a quelle tradizionali nulla. Una riflessione che doveva portare ad altre considerazioni e ad altre scelte. La storia insegna che dalle scissioni e dalle rotture non nasce mai qualcosa di positivo ma come ha scritto Paolo Mieli “tutti i leader che prendono parte alle scissioni non se lo vogliono sentir dire, gli amici per salvare il proprio rapporto amicale, i congiunti men che meno e le seconde o le terze file dei seguaci, pur essendo in grado, loro sì, di prevedere come andrà a finire, li incoraggiano verso il baratro nell’attesa di poterli soppiantare. Conquistando così una posizione di primo piano che nel partito madre mai avrebbero avuto. E qui sta il senso del perché, a dispetto degli esiti, sempre inevitabilmente catastrofici, queste separazioni continuano ad essere grandemente apprezzate”.
edito dal Quotidiano del Sud

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