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Quaresima, il messaggio del vescovo Melillo: è nell’ascolto e nella carità che l’anima si avvicina a Dio

“La Quaresima non è solo rinuncia esteriore, ma è lotta interiore. È nella ricerca sincera, nella preghiera e nella carità che l’anima si avvicina a Dio, amando Cristo e i fratelli. Facciamo risuonare questo invito nella nostra vita, con gesti semplici di riconciliazione e di perdono nel cammino quaresimale che si apre nel Mercoledì delle Ceneri, tempo di ascolto, conversione e apertura, illuminato dalla Parola del Signore e sostenuto dal Messaggio di Quaresima di Papa Leone XIV”. A sottolinearlo il vescovo Sergio Melillo nel messaggio rivolto ai fedeli.

“Il silenzio del chiacchiericcio ci invoglia a meditare sull’esistere, in una stagione dominata da consumi e dall’apparenza che svilisce l’umano. La Quaresima, nell’incertezza della contemporaneità, è propizia per la revisione di vita.

Sono quaranta giorni da attraversare, senza ignorarne il senso né ridurli a mere pratiche esteriori, che rischiano di allontanarci dall’autentica vita cristiana. Impegniamoci a farci trasformare dall’amore di Dio, costruendo relazioni vere nelle comunità, facendo fiorire la speranza anche tra le situazioni più fragili e compromesse, tra le ferite della vita.

Il sentiero quaresimale va percorso con la Grazia dei sacramenti per comprendere la nostra condizione di pellegrini, in una collocazione provvisoria di vita.

Il Santo Padre, nel suo Messaggio, ci richiama con forza e dolcezza a vivere due atteggiamenti fondamentali: ascoltare e digiunare, quali vie concrete di conversione personale e comunitaria”

Melillo ricorda che “La Quaresima educa anzitutto all’ascolto: della Parola di Dio, che deve essere al centro della vita delle nostre comunità; del grido di chi soffre; dell’altro, in una relazione reciproca ed edificante tra pastori e fedeli: «… chiediamo la grazia di una Quaresima che renda più attento il nostro orecchio a Dio e agli ultimi» (Leone XIV).

È invito alla conversione, alla riflessione e alla penitenza: ogni attimo della vita è un’opportunità per avvicinarsi a Dio: «Ecco ora il momento favorevole, ecco ora il giorno della salvezza» (2 Cor 6,2).

In una terra segnata dallo spopolamento, dalla solitudine degli anziani e dall’inquietudine dei giovani, l’ascolto è il primo atto di evangelizzazione. Senza ascolto non c’è relazione; senza relazione non c’è annuncio credibile.

Anche noi pastori siamo chiamati ad essere in questa disposizione interiore. Il cambiamento che tocca il nostro modo di esercitare il ministero non è perdita di identità, ma opportunità di purificazione. La missione resta identica: evangelizzare. Ma oggi richiede maggiore comunione, collaborazione e fraternità concreta. Nessuno deve sentirsi solo, cadendo nella logica del «si è fatto sempre così»; nessuna comunità parrocchiale deve camminare isolata o essere autoreferenziale: evitiamo di alzare muri.

Il Papa ci ricorda che il digiuno educa e libera il cuore. Questo si può tradurre in un digiuno da ciò che impedisce la comunione.

Siamo chiamati a digiunare:

  • dal campanilismo che restringe lo sguardo;
  • dalla tentazione di custodire solo ciò che è “nostro”;
  • dalla gestione solitaria delle responsabilità;
  • da parole che creano distanza.

Carissimi, «Chiediamo al Signore la forza di un digiuno che attraversi anche la lingua, perché diminuiscano le parole che feriscono e cresca lo spazio per la voce dell’altro» (Leone XIV).

Questo digiuno non impoverisce, ma apre spazi nuovi. Ci consente di condividere ciò che talvolta tratteniamo: il tanto bene presente nelle nostre comunità, le esperienze, le energie e i carismi.

Potrà nascere, così, una progettualità pastorale più coraggiosa e condivisa, capace di interpellare i lontani e ravvivare la socialità nei nostri paesi. L’attenzione alle famiglie e ai giovani deve diventare una priorità reale e coordinata tra comunità vicine. Solo superando possibili logiche da “cortile” potremo offrire percorsi più solidi, capaci di accompagnare e generare speranza.

Amiamo, quindi, «… una Chiesa che non vive per sé stessa, ma per il mondo; una Chiesa che si lascia continuamente riformare dalla Parola di Dio.» (Y. Congar).

Amiamo i sacerdoti, pastori delle nostre comunità, disarmiamo le parole per disarmare il mondo!

Amiamo le radici dei nostri paesi, custodi di storia e bellezza, ma non permettiamo che diventino confini che limitano il futuro: il Signore ci chiama a costruirlo insieme.

Il bene seminato nella diocesi è una ricchezza da apprezzare e condividere. La collaborazione tra parrocchie, la fraternità tra sacerdoti, la presenza delle comunità religiose e la corresponsabilità dei laici non sono semplici strategie organizzative, ma espressione di una Chiesa che si lascia convertire.

Come insegna la Lumen Gentium del Concilio Vaticano II, la Chiesa è «segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (LG 1). In questo orizzonte va pensato e organizzato il futuro pastorale: questa è un’urgenza inderogabile! Coordinare insieme l’evangelizzazione tra parrocchie prossime è regola di vita per dare speranza.

La primavera giunge solo attraverso la potatura e la sarchiatura dei campi per poter raccogliere una fioritura nuova. Se sapremo ascoltare con cuore sincero e digiunare da ciò che non costruisce comunione, il Signore renderà feconda la nostra vita.

Malgrado le fragilità del nostro tempo, la Pasqua rimane promessa certa di Risurrezione, dono e frutto della passione di Cristo per ciascuno e per l’umanità intera.

La fede non si misura con le parole, ma con la fatica quotidiana di fare il bene. Ognuno di noi porta dentro il cuore un deserto: solo attraversandolo si può trovare la vera luce”

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