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Sul Mezzogiorno è calato un buio profondo, e nel giro di un decennio, secondo gli autorevoli analisti della London School of Economics an Political Science, di questo Paese non rimarrà nulla.

Scorrendo il Rapporto Svimez, puntualmente consegnatoci la settimana scorsa, ci dice che al Sud va sempre peggio tra desertificazione industriale e disoccupazione cronica, tra crescenti povertà e nuove emigrazioni, quest’ultima vera piaga sociale che sta impoverendo il Meridione e ne sta minando la sopravvivenza.

La fuga di braccia e cervelli, con decine di migliaia di giovani costretti ad andar via, ha trasformato il Sud in un luogo di saccheggio demografico per le regioni del Nord come per i Paesi esteri.

Svimez ci ricorda, con un’ennesima impietosa fotografia scattata sulle drammatiche condizioni di un Mezzogiorno messo a nudo, che il declino è inarrestabile e non conferma soltanto un “quadro inquietante delle condizioni economiche e sociali del Mezzogiorno”, piuttosto sembra avvalorare, in qualche misura, le catastrofiche conclusioni degli analisti che aleggiano, come fantasmi, sull’Italia intera.

Il Sud è un accumulo di macerie, e l’Italia è sempre più pericolante sotto gli scossoni di un terremoto che si manifesta come “crisi nella crisi” di un Mezzogiorno “separato” dal resto del Paese.

I rapporti della Svimez, negli ultimi anni, non stanno facendo altro che certificare lo stato comatoso in cui versa una parte di questo Paese profondamente malato.

E chi dovrebbe curarlo non è all’altezza della gravità della situazione.

L’attuale leadership non è in grado di salvare l’Italia dalla rovina, quasi imploso sotto le macerie di una stagione dal destino tragico.

Lo Stato non è più credibile, tanto più quando dimentica parte del suo territorio. Il Sud, storicamente raggirato, tradito in “questioni” che vengono ribaltate da “meridionali” a “settentrionali” smarrendo il senso della storia, tradito dalla propria classe dirigente inutile e corrotta, ha sempre diffidato dell’apparato statale e di chi lo rappresenta.

Secondo la Svimez “occorre rilanciare una visione strategica di medio-lungo periodo, che veda nella riqualificazione urbana, nello sviluppo delle aree interne, infrastrutture e logistica i principali drivers dello sviluppo”.

Il problema resta il seguente: con quale classe dirigente?

Per ricostruire l’Italia ci vorrà tempo e, sempre secondo la Svimez, ci vorranno 400 anni per superare l’handicap che ci separa dal resto d’Italia. Per offrire un’idea è la stessa distanza temporale che ci separa dal secolo d’oro della Spagna, quando i galeoni attraversavano l’Atlantico e l’Italia era governata dai vicerè.

Intanto il Sud non interessa a nessuno, il Sud non c’è , semplicemente non esiste, è scomparso nella congiura di un silenzio unanime.

Nessuno ha più voglia di parlare di Mezzogiorno.

“Abbandonato a se stesso”, con un divario sempre più crescente rispetto al Centro-Nord, con una divaricazione sempre più ampia tra le “due Italie”, con una famiglia meridionale su quattro abbondantemente sotto la soglia di povertà, ma nessuno parla di Mezzogiorno.

E così il Sud sprofonda nell’inferno, nell’abisso dell’anonimato. Così si scopre un Paese senza Mezzogiorno, un Sud “triste solitario e finale”, con i suoi tanti drammi del lavoro, con le sue generazioni perdute per sempre.

di Emilio  De Lorenzo

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