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Quella borghesia tentata dal “ribaltone”

Davvero la borghesia meridionale sta meditando di rompere con il suo tradizionale blocco di riferimento per sostenere una forza politica che si presenta alternativa tout court a quel sistema? Ed è possibile che su questa incerta linea di confine i figli possano rappresentare la spinta decisiva per la scelta di discontinuità dei padri?

Nei giorni scorsi Antonio Polito ha dedicato una pagina del Corriere della Sera, di cui è vice direttore, allo scenario elettorale che partendo da Avellino, dove ha presentato il suo bel libro “Riprendiamoci i nostri figli. La solitudine dei padri e la generazione senza identità”, mostrerebbe segnali che in quelle direzioni starebbero fermentando su gran parte dei territori delle regioni meridionali. Un fenomeno “intrigante”, è la valutazione di Polito che a partire dagli esiti delle sfide nei collegi maggioritari potrebbe concretizzarsi dentro lo schema M5S versus Sistema. Ma cosa è oggi la borghesia meridionale e quella parte di essa che potrebbe essere tentata dal ribaltone, anche contro se stessa? Di certo non è quella sulla quale Giustino Fortunato e Benedetto Croce, “Le due più grandi figure della reazione italiana” secondo Gramsci, costruirono l’egemonia del sistema borghese separando l’intellettuale meridionale dalle masse contadine per collegarlo agli interessi della borghesia italiana ed europea: da tempo il divenire della contemporaneità e la globalizzazione in senso anche culturale degli ultimi anni hanno polverizzato entrambi i paradigmi, più il secondo che il primo,  e tuttavia quei borghesi e quei contadini sono diventati antropologicamente altro. E’ forse allora quella più comunemente identificata come ceto medio che starebbe pensando di arruolarsi per dare la spallata? In realtà la cronaca, non i sondaggi, ci dice che questo corpaccione pure sfibrato dalla crisi e che non nasconde il proprio risentimento, sarebbe poco suggestionato dalle promesse di palingenesi. Sembra piuttosto interessato ad ottenere la restituzione di certezze perdute, la riaccensione dell’ascensore sociale che non significa un lavoro quale che sia per i propri figli e ancor meno il reddito di cittadinanza o di dignità, sanità, scuola e trasporti che valgano il prelievo fiscale dal proprio reddito. Si può sostenere, e questo sarebbe un aspetto nuovo, che rispetto all’antico rapporto fondato sulla fiducia e sull’attesa, “la dipendenza accettata nei confronti dell’Autorità”, oggi queste istanze vengono poste in termini di vera e dura vertenza ad un interlocutore del quale ci si fida poco ma che resta comunque identificato nel Sistema e non nel suo contrario.  Quale borghesia allora? Quella che “non ha niente da perdere”, come essa stessa si è presentata a Polito al Circolo del Nuoto. E’ quel ceto, più casta che classe, che anche per propri meriti ha consolidato una posizione di benessere e privilegio nelle professioni autonome che, così ritiene, nessun ribaltone o forza anti sistema potrà attentare. Da qui la tentazione di vedere l’effetto che fa di un segmento della società meridionale che curiosamente si distingue in prevalenza per l’atteggiamento di estraneità ad ogni discorso pubblico salvo non riguardi direttamente le proprie rendite di posizione. Altrettanto curiosamente, dalle testimonianze e motivazioni raccolte da Polito, si coglie quel gattopardismo che molto ha caratterizzato (certa) borghesia meridionale. L’adesione senza tanti preamboli e con resistibili argomenti ad un progetto di cambiamento che affida le sue prospettive al pozzo di san Patrizio della spesa pubblica, dovrebbe far pensare. In primo luogo “i figli che potrebbero convincere i padri”. La strada è inversa, quella che lo stesso Polito indica nel suo libro: sono i padri, “colpevolizzati”, a doversi riprendere i propri figli ripristinando la trasmissione interrotta di culture, esperienze e valori.

di Norberto Vitale edito dal Quotidiano del Sud

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