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Reddito di cittadinanza e legittima difesa, i due provvedimenti approvati in via definitiva a distanza di poche ore confermano la buona salute del governo ma anche i limiti del calcolo politico che ne è all’origine. Calcolo, appunto, non progetto; così come contratto e non alleanza. E proprio la quasi contemporaneità dei due voti del Senato, ha dimostrato quanto siano diversi i contraenti del patto e quanto irriducibili i rispettivi propositi. Intanto, i fotogrammi dell’Aula di palazzo Madama al momento delle votazioni hanno evidenziato l’estraneità di ognuno dei due partiti di maggioranza agli interessi dell’altro. Assenti i ministri della Lega nel giorno del sì al reddito; assenti quelli dei Cinque Stelle, ventiquattr’ore dopo, quando la Lega e Salvini in prima persona esultavano per il via libera alla “loro” legge. Il programma di governo come la sommatoria di due frammenti separati e non coincidenti: un puzzle non riuscito, incompleto. Ma ancor più stridente è la filosofia che sorregge e giustifica il reddito da una parte e la difesa personale dall’altra. Nel primo caso, con una legge che più assistenziale non potrebbe essere, lo Stato si presenta nella sua forma più rassicurante e protezionista: promette un sussidio che non stimola alla ricerca di un impiego, visto che ne garantisce il godimento anche a fronte di un’opportunità lavorativa di profitto equivalente. Nel secondo sembra invece addirittura rinunciare ad una delle sue funzioni costitutive: la tutela dell’integrità e dei beni dei cittadini, che proprio questi valori hanno inteso garantire demandando appunto  allo Stato il monopolio della forza. Con il via libera ad una difesa personale senza confini, lo Stato legittima la paura e scredita la fiducia, propone un modello sociale perennemente conflittuale, nel quale la competizione prevale sull’integrazione. Il sottinteso, naturalmente è che in quel tipo di competizione, destinato alla vittoria non è il migliore ma il più forte. Per il momento, il prevedibile corollario della legge voluta dalla Lega – una maggiore liberalizzazione della vendita di armi – è stato accantonato: ma per quanto tempo? Non era, proprio quello, un tema della campagna elettorale leghista?
Comunque sia, le due leggi ormai sono entrate nell’ordinamento. Con quali effetti? Chi, fra i due partiti proponenti, ne trarrà i maggiori benefici? La domanda è legittima, tanto più che la resa dei conti si avvicina. Ebbene, ancora una volta bisogna dire che fra i due contendenti, Salvini e Di Maio, è il primo ad avere avuto la vista più lunga, e sarà lui a capitalizzare di più e meglio il dividendo politico di questa partita. Oltretutto la sua legge non costa nulla, mentre il reddito verrà erogato in deficit, allargando la voragine dei conti pubblici proprio nel momento in cui l’allarme recessione torna a risuonare sull’economia italiana. Qualcuno, prima o poi, dovrà pagare il conto; ma nel frattempo la cronaca registra che l’avanzare in Parlamento della legge sulla legittima difesa, fino all’approvazione definitiva, ha accompagnato la crescita della Lega nei sondaggi e nelle elezioni regionali, dall’Abruzzo, alla Sardegna, alla Basilicata; mentre il progredire del reddito di cittadinanza non ha affatto scaldato i cuori dei destinatari del provvedimento: anche le domande finora inoltrate all’Inps sono meno del previsto, e l’analisi dei flussi elettorali mostra un significativo travaso di voti dai Cinque Stelle  alla Lega. Come dire che la sicurezza fai-da-te paga più della protezione statale.

di Guido Bossa

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