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Renzi, fiumi di ottimismo sul Sud

 

Matteo Renzi sul Mezzogiorno continua a spargere ottimismo. Il suo meridionalismo comincia da Napoli e precisamente da Bagnoli con un’attenzione anche verso la Terra dei fuochi. Entrambe bonifiche necessarie e urgenti ma che prevedono un intervento draconiano in termini d’investimento di risorse, per il momento insufficienti a causa della crisi economica che ancora non è alle nostre spalle. In un’altra epoca e, precisamente agli inizi del novecento, la questione meridionale coincise con il dramma di Napoli. Il meridionalista Francesco Saverio Nitti fu l’estensore della Legge Speciale su Napoli che tra le misure eccezionali prevedeva un piano d’industrializzazione di Bagnoli. La legge nutriva l’ambizione di cambiare il volto della capitale del Mezzogiorno ma si ridusse a cambiare solo la vita di qualche migliaio di napoletani, mentre restò immutata la povertà e il degrado sociale ed economico in cui versava Napoli e l’intero Mezzogiorno. Il meridionalismo anche quello classico non ha mai saputo rinunciare all’effetto sorpresa. E così il meridionalismo renziano si ferma per il momento al solo proclama e a qualche visita che il premier ha fatto negli ultimi tempi soprattutto in Campania, dove più che ai migliorare i numeri della disastrata economia meridionale punta a migliorare quelli elettorali del Pd in vista delle prossime elezioni al Comune di Napoli. E così in attesa dell’arrivo del miracolistico Master plan, annunciato da qualche mese e i cui contenuti restano ancora nebulosi, nella legge di stabilità approvata a fine anno ci sono alcune misure a favore del Mezzogiorno, come il credito d’imposta automatico per i nuovi insediamenti produttivi. Una misura sicuramente non risolutiva, ma pur sempre utile per dare ossigeno ad un’asfittica economia, paralizzata dalla crisi che ha fatto andare in fumo oltre cinquecentomila posti di lavoro nelle Regioni meridionali. Con un minimalismo realistico potremmo dire: meglio poco che niente, anche se quella di Renzi in favore del Sud è una strategia a tentoni, come la definisce lo storico Giuseppe Galasso . Quello che manca al meridionalismo renziano è una visione strategica che ponga al centro del dibatto il Sud per far si che la vetusta questione meridionale diventi questione nazionale e non l’episodico intervento tampone. E’ vero, il master plan non può tramutarsi in un nuovo intervento straordinario come un tempo fu la Cassa del Mezzogiorno. Bruxelles metterebbe il veto su misure economiche che le politiche comunitarie censurano, essendo le aree disagiate già materia di interesse comunitario. Se, dunque, un piano d’intervento straordinario è da escludere resta l’intervento ordinario e anche in questo caso le cifre non tornano per il Sud: la spesa in conto capitale, quella che dovrebbe essere impiegata per la realizzazione di investimenti e infrastrutture scende enormemente solo al Sud con una riduzione nel 2013 del 1,6, nel 2014 del 1,9 e nel 2015 del 2,1, a fronte di una riduzione al Nord dell’O,5, 0,7, 0,8 nel triennio. Dati che confermano che verso il Sud c’è una politica fatta solo di singole e sporadiche azioni. Non basta un intervento per dire che c’è una ripresa dell’attenzione per il Mezzogiorno, come non bastano due interventi giornalistici come quello di Eugenio Scalfari e di Ernesto Galli Della Loggia per considerare che anche la grande stampa nazionale e il mondo culturale hanno finalmente riscoperto una mai tramontata questione del Mezzogiorno. Troppo poco per poter esclamare: finalmente una parte dell’Italia si è destata dal sonno profondo in cui è caduta nei confronti della Bassa Italia.
edito dal Quotidiano del Sud

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