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L’addio di Renzi al PD, pur previsto da tempo, ha generato sui media e sui giornali, compreso il nostro, un coro di giudizi e riflessioni tra i più disparati. A cominciare da quello entusiasta di Vittorio Feltri: un capolavoro politico per aver messo in angolo, con un colpo solo, Salvini, Zingaretti e Conte.
A cominciare da quello entusiasta di Vittorio Feltri: un capolavoro politico per aver messo in angolo, con un colpo solo, Salvini, Zingaretti e Conte, a quello più riflessivo di Romano Prodi: i partiti personali funzionano la prima volta: dopo è molto più difficile. Molti opinionisti hanno messo in evidenza che Renzi si propone di costituire un nuovo partito di centro che riunisca le forze moderate, da quello che è rimasto di Forza Italia, della vecchia Margherita e dei cattolici popolari. Non pochi, infine, hanno messo in risalto la sua voglia di leadership che non riesce a stare a freno in un partito che non sia lui stesso a guidare. Molti, infine, hanno sottolineato che nella scelta sia prevalsa, forse in modo totalizzante, la sua “ipertrofia dell’ego” che è il caso di analizzare più compiutamente. La prima cosa che balza agli occhi di tutti è la mancanza di motivazioni politiche che avrebbero dato luogo alla svolta: nessuna differenziazione di strategia politica, di programmi o di valori; nessun programma alternativo (lo farà alla Leopolda il prossimo ottobre?), se non il sentirsi trascurato, isolato quasi sopportato. La sua concezione del partito emerge chiaramente dall’intervista a Repubblica del 17 scorso: “Il PD nasce come grande intuizione di un partito all’americana capace di riconoscersi in un leader carismatico e fondato sulle primarie. Chi ha tentato di interpretare questo ruolo (cioè lui stesso!), è stato sconfitto dal fuoco amico. Oggi il PD è un insieme di correnti”. E ancora: “Ho portato il PD al massimo mai raggiunto: 41%. Ho garantito anni di governo che hanno portato le unioni civili … gli 80 euro, l’aumento del PI ”. Tace sull’aver subito una serie di sconfitte culminate con quella del referendum sulla riforma costituzionale che aveva immaginato a sua immagine come la pessima legge elettorale fatta approvare e che oggi rischia di dare il potere alla desta di Salvini e della Meloni, e di aver perso tutto il carisma accumulato in anni di spregiudicata e efficace comunicazione di massa. Il ritratto politico che ne fa Ezio Mauro su Repubblica del 18 scorso, è graffiante ma preciso: “Istinto, sfrontatezza, azzardo, sovvertimento, movimentismo, estemporaneità… sen – za un tracciato culturale che scavi nel profondo.” Ma qual’ è lo stile di Renzi? E’ ancora un leader? Ha saputo fare della comunicazione politica un canale potentissimo “un vero e proprio manifesto della ragione d’essere della politica pop la quale ha tra i suoi obbiettivi primari quello di semplificare la politica onde avvicinare fasce di popolazione che rimangono altrimenti emarginate” ha scritto di lui Donatella Campus in ( “Lo stile del leader” Il Mulino 2016). In questo saggio, pur non dedicandogli un intero paragrafo come per alcuni Presidenti americani e statisti europei della stazza di De Gaulle o della Thatcher, o italiani come Prodi o Berlusconi, ne parla abbastanza diffusamente non ponendolo tra i leader ideologici ma di quelli che fanno del pragmatismo a proprio favore la loro linea di condotta. In Renzi prevalgono sempre le ragioni della sua personalità ribelle ad ogni condizionamento di squadra o di partito ed abituato al comando solitario. Non gli è riuscito di fare del PD il PDR (Partito di Renzi), ci tenta con Italia viva. Sarà un tentativo che avrà successo o, come dice Prodi, il partito dello yogurt che ha una scadenza breve? I prossimi mesi ce lo diranno. Di certo non starà con le mani in mano e la politica ne uscirà molto più movimentata.

di Nino Lanzetta

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