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Se la politica vuole riconquistare credibilità e fiducia non può non ripartire dal territorio. E’, infatti, sul territorio che si forma la classe politica e ci si misura con i bisogni della gente. E’ lì che i partiti devono rigenerarsi, abbandonando la logica spartitoria e clientelare, la caccia alle poltrone. Ma è proprio sul territorio che si tocca con mano la crisi della politica, la mancanza di idee e di progettualità, soprattutto oggi che le risorse di finanziamento nazionale e regionale sono finite ed i comuni sono costretti ad aumentare le imposte e a diminuirei i servizi. In Irpinia la crisi e la decomposizione della politica è sotto gli occhi di tutti, a cominciare dal comune capoluogo dove le faide interne al PD, le correnti, le sottocorrenti, le ambizioni di personaggi e l’aspirazione a trarre utilità dalle cariche, che si rivendicano continuamente, sono un’umiliante spettacolo quotidiano che la gente per bene, stanca di indignarsi, cerca di rimuovere persino dal pensiero. In provincia non va meglio. A fronte di pochi sindaci volenterosi e capaci, che si fanno in quattro per andare avanti (pur in presenza di una crisi economica e morale che non accenna a diminuire), i più – votati ad una passiva rassegnazione e chiusi nell’individualismo del proprio territori, privi di qualche minima inventiva e capacità organizzativa, non riescono a gestire nemmeno l’ordinaria amministrazione. Pochi hanno compreso che i piccoli comuni, desertificati da una inarrestabile emigrazione, non possono più andare avanti da soli nella vana aspettativa di qualche lavoro pubblico e, salvo qualche rara eccezione, non pensano affatto ad unirsi con i paesi limitrofi, se non altro al fine di diminuire le spese. Il progetto pilota “Città dell’Alta Irpinia”, che aveva acceso tante illusioni e sulla carta si propone di sviluppare il territorio dei venticinque paesi aggregati con uno spirito nuovo ed una prospettiva unitaria, sta fallendo per la ragione atavica che i sindaci, chiusi nella strenua difesa dei loro campanili ed in cerca di poltrone e di finanziamenti, ognuno in danno dell’altro, non sono in grado di sviluppare una comune strategia dell’amministrazione del territorio senza pensare al loro piccolo orticello e dimostrano di non avere la minima cultura associativa e quella di fare squadra agendo in ragione di un interesse comune in modo da superare, finalmente, l’egoismo del proprio campanile e non comprendendo che lo sviluppo del comprensorio, nel quale si trova il proprio “cortile”, fa star meglio tutti. I sindaci dei 25 comuni stanno buttando al vento un’occasione storica, come hanno buttato quella del dopo-terremoto. Eppure le premesse sono, più che una utopia, una speranza concreta di cambiamento che deve passare anzitutto, attraverso un cambiamento di mentalità. Il disegno è quello di “superare lo scollamento tra le strategie di sviluppo delle regioni meridionali e i processi di pianificazione urbanistica e territoriale”. Nella cronologia degli avvenimenti, invece, c’è stata poca trasparenza, moto tatticismo, molta riserva mentale e poca informazione. La bozza di strategia della Città dell’Alta Irpinia, indica, almeno sulla carta, gli obbiettivi proposti. Una nuova economia che possa contrastare il declino e lo spopolamento delle aree interne, con il potenziamento del comparto della salute e della scuola, il miglioramento della viabilità e la connessione telematica (banda larga) in modo da favorire un nuovo impulso alle iniziative private. Una efficiente azienda forestale; incremento dell’agricoltura e della zootecnia di qualità, del turismo e del l’artigianato. Altri obbiettivi concreti dovrebbero essere il recupero dei suoli abbandonati, un’industrializzazione confacente con il territorio, come la lavorazione dei prodotti agro alimentari, e la creazione di piattaforme a supporto – per esempio del ciclo integrato dei rifiuti. Non da ultimo, una progressiva fusione amministrativa di tutto il comprensorio ed una sfida coraggiosa all’utilizzazione e all’integrazione dei migranti in agricoltura e in quei mestieri che nessuno vuole più fare, come i calzolai, gli imbianchini, i giardinieri, i contadini. Ci stiamo perdendo, invece, dietro una logica spartitoria di poltrone, di incarichi, di accaparramento di fondi e di benefici, alimentando una continua polemica (quella tra la Repole e De Mita è solo la più vistosa) che non fa bene a nessuno e squalifica gli stessi protagonisti e cela interessi e vedute facilmente individuabili. Eppure quella di De Mita è un’impresa degna di essere portata a compimento perché la sua esperienza, la sua cultura, il senso dello Stato, la sua carriera eccezionale gli dovrebbero conferire un prestigio ed un carisma in grado di guardare lontano e di superare le divisioni e le avversità giornaliere che pure si presentano, se solo dimenticasse il suo partito familiare e la sua visione spartitoria della politica. Sta a lui non sciupare quest’ultima occasione, come è stata sciupata quella del dopo terremoto. Auguri.
edito dal Quotidiano del Sud

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