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In una fase piú che critica per l’interdipendente economia mondiale, bisogna riaprire il dibattito sul ritorno alla terra, che recupera la propria significativa centralità, soprattutto in quei Paesi là dove la crisi pandemica ha eroso le più recenti conquiste economiche.

Dopo anni di generale ubriacatura, all’insegna di quella new economy che prometteva un’espansione economica senza limiti, in realtà fondata su un’economia più virtuale che reale, come affascinati da un moderno e inebriante mito di Calypso, oggi si fa sempre più strada il ritorno all’agricoltura, come possibile unica via d’uscita da una crisi epocale che tiene il fiato sospeso delle economie nazionali.

La Grecia non è stata che l’apripista, in Europa, di una nuova tendenza che gradualmente sta prendendo piede e che potrebbe rappresentare la nuova ritrovata frontiera di un nuovo modello di sviluppo economicamente ed eticamente sostenibile.

Proprio dalla Grecia, in seguito all’affacciarsi e poi all’acuirsi dell’ultima grave crisi economica che ha messo in ginocchio e svenduto il Paese del Mediterraneo, immolandolo sull’altare degli interessi di un’Europa germanocentrica, è partito un nuovo fenomeno, un movimento di ritorno alla terra, per vincere una crisi che continuerá a mordere e non dará tregua.

Migliaia di giovani, in un Paese con la disoccupazione alle stelle e un’economia debole, hanno restituito braccia preziose all’agricoltura. In molti casi si tratta di laureati che, non intravedendo un futuro possibile, hanno pensato di investire le proprie energie in quello che resta il settore primario dell’economia.

In questi anni, la messa in atto di discutibili politiche comunitarie di sostegno al settore agricolo, se da una parte hanno contribuito a mantenere in piedi un certo sistema assistenzialista, dall’altro si sono imposte come freno a una reale capacità produttiva in nome di rigide leggi di mercato che dovevano e devono rispondere a quella globalizzazione, ora messa in crisi dall’emergenza pandemica, che in realtà ha favorito soltanto le multinazionali del settore.

Ritornare a praticare un’agricoltura che recuperi metodi tradizionali a discapito di un’agricoltura industriale per favorire un ritorno alla salvaguardia del paesaggio e alla tutela della ruralità, questo dovrebbe essere l’imperativo categorico dei prossimi anni.

Su questi temi più che mai cruciali, il Mezzogiorno è chiamato a interrogarsi su quale futuro possa consegnarsi per l’economia di un Sud che avendo desertificato le campagne e abbandonato la terra, in un tradimento mai completamento ammesso con una presunta modernità, è costretta ora come ora a fare i conti con se stesso.

Dopo che le fabbriche hanno rubato i migliori terreni, non solo in senso metaforico, e non ci sono più aree industriali, ma soltanto il simulacro arrugginito di una sconfitta epocale, c’è da ricostruire, come dopo una guerra, peraltro con uno scenario tutto ancora da delinearsi, un intero tessuto sociale ed economico.

Ancora una volta è necessario ripartire dalla terra, da quella terra più volte oltraggiata e mai rispettata, ma come una “Grande Madre” pronta ad aiutare i propri figli in balia della tempesta.

di Emilio De Lorenzo

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