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Sant’Andrea di Conza, Massimiliano Gallo rende omaggio a Eduardo De Filippo: nei suoi personaggi quello che non si può dire ma solo sentire

di Giulia Di Cairano

Secondo appuntamento estivo al teatro Episcopio di Sant’Andrea di Conza l’8 agosto con Lettera ad Eduardo, uno spettacolo di e con Massimiliano Gallo. In un dialogo immaginario con Eduardo De Filippol’autore italiano più rappresentato al mondo, nominatosenatore a vita nel 1981 – Gallo ne ripercorre la vicenda insieme umana e artistica attraverso momenti recitati e cantati, accompagnato dalla voce di Carmela Scognamiglio e dall’Ensemble Napoli Nord big band.

Rivolgendosi come ad un amico, forse perché il teatro di Eduardo è stato amico di tutti e non è un caso se lo si abbrevia senza cognome –, ma comunque attribuendogli l’epiteto di «commendatore» in segno di deferenza, Massimiliano Gallo apre con un’amara riflessione sulla considerazione sociale di cui (non) godono oggi gli artisti italiani, ridotti a mezzi di intrattenimento. Ritorna sul tema più avanti, dichiarando tutto il suo imbarazzo per la categoria a cui appartiene, che ha smesso, in gran parte dei suoi esponenti, di prendere posizione, di mettere in discussione, di far sentire la propria voce per il mondo di cui non sono solo interpreti nei film o nelle canzoni, ma anche cittadini ed esseri umani. Lasciandosi andare come si fa con un amico, di fronte al suo legittimo disgusto, Gallo ipotizza che De Filippo gli avrebbe risposto proponendogli gli esempi di buffoni di corte che esistevano già ai suoi tempi e nei precedenti.

Quello della scelta di un artista di essere impegnato, come si dice, o di comportarsi come l’anima bella di Hegel, cioè astratta e inattiva, timorosa che l’agire macchi la sua perfezione morale, o in questo caso artistica, non è solo un tema, ma il punto nodale dell’opera di Eduardo De Filippo, che la sua scelta l’ha fatta e l’ha portata in scena. E come lui, altri grandi di quella generazione che tentò di ricostruire l’Italia nel dopoguerra, liberandola come Leopardi aveva fatto più di Garibaldi nell’Ottocento. Nei personaggi di Eduardo, tutti possono proiettarvi se stessi e i problemi dell’umanità. Per questo ne ridiamo a mezza bocca. In un primo momento ci sentiamo superiori, poi ci riconosciamo nella miseria, nelle costrizioni, nel dolore, negli impulsi, che quel teatro ha amplificato riacquisendo la funzione catartica con cui era nato nell’antica Grecia, e ce ne liberiamo. In parte. Non si tratta di credere nei miracoli, così come quando si parla della problematicità di separare la persona dall’artista, non si chiede di rinunciare a chi ha fatto la storia dell’arte, della letteratura, della musica, in pratica di tutto, visto che moltissimi dei tantissimi uomini e molte delle poche donne che hanno segnato il cammino dell’umanità erano e sono bugiardi, traditori, violenti, ladri, stupratori, assassini, sterminatori. Si tratta piuttosto di continuare a studiarli, leggerli, guardarli, ma sottraendo loro il feticcio del mito e discutendo ciò che hanno rappresentato. E questo lo può fare chiunque.

Massimiliano Gallo lamenta il paradosso dei social – ironizzando sulla difficoltà nel trovare le parole giuste per spiegare cosa sono a Eduardo – in cui un artista non può dire no al genocidio perché è artista, deve pensare a fare l’attore, come se per parlare di ingiustizie si debba avere una «patente speciale», salvo poi leggere nella sezione commenti i più arbitrari giudizi e le più sgrammaticate lezioni di geopolitica internazionale da utenti che, non si sa come, questa patente ce l’hanno, o comunque la rivendicano solo per sé. Involontariamente, l’attore ha ripreso una metafora usata da Roberto Saviano in una bella puntata del podcast «Felici Pochi» di Riccardo Pedicone, in cui si diceva che oggi per scrivere o girare un film serve avere la patente, ad esempio Saviano stesso se può parlare di Napoli e di criminalità organizzata è perché ha avuto un certo vissuto, ma se vuole parlare di Tolstoj l’algoritmo di YouTube ne sfavorisce la viralità.

Pasolini è stato l’ultimo a poter dire «io so». Gli scrittori, e non solo, non possono più parlare per il diritto della letteratura, ma devono dimostrare di essere autentici. Come nelle serie tv bisogna precisare ormai sempre «tratto da una storia vera». Questa urgenza di dichiarare il vero Eduardo e gli altri non l’avvertivano. Non era necessario. Napoli milionaria, commedia uscita nel 1945, è la storia di una famiglia napoletana durante la Seconda guerra mondiale: povertà, fame, perdita di valori, significato di famiglia, insieme tragica e comica. È uno specchio, sicuramente deformante, trattandosi di arte. Eppure tutti ci credevano. E non era perché Eduardo aveva la licenza per parlare di famiglia in quanto figlio illegittimo di Eduardo Scarpetta o di povertà perché spesso in difficoltà economiche. Forse oggi il problema, circondati come siamo dalle fake news e spaventati dall’AI, è riuscire a stringere un patto con l’autore, accettandone le clausole, tra cui quella di sospendere la realtà come la vediamo e sforzarsi di vederla con altre lenti. Fidarsi, lasciarsi andare, lasciarsimodificare dal cadere sotto i nostri sensi di qualcosa fuori di noi. I sensi sempre e ancora ci modificano. E il teatro lo fa, di più di tutto ciò che è fruibile sullo schermo bidimensionale di un telefono. Il teatro è con noi, è vivo come noi. Massimiliano Gallo lo ha dimostrato.

Raramente accade di vedere un pubblico così partecipe come quello dell’Episcopio la sera dell’8 agosto. Complice la voce stentorea della cantante Scognamiglio, che ha intonato, tra le tante, l’Uocchiec’arraggiunate – una delle canzoni preferite di Eduardo, inserita nella commedia Gennareniello Era di Maggio e Voce ‘e notte,poesie musicate di Roberto Murolo. Non sono mancati riferimenti e omaggi ad altri maestri, come Raffaele Viviani e Totò. Tutti alla ricerca della verità, o delle verità, trovate, o costruite, nella lingua con cui sono stati allattati, trasformata in linguaggio universale. Una ricerca che oggi continua, nonostante il rischio di sensazionalismo e spettacolarizzazione, in cui incorre chi vede Napoli come luogo esotico, cartolina e località turistica, o ancora solo terra dei fuochi e i suoi abitanti ontologicamente refrattari a leggi, regole e morale. Due facce della stessa medaglia, che tradisce ancora pregiudizi antimeridionali. Vi è un’eredità poliglotta nella lingua napoletana che deriva da secoli di dominazioni e processi di integrazione tra popoli e culture lontane, che a Napoli si sono contaminati e hanno lasciato sedimenti anche nell’habitus, temprato da eruzioni, terremoti e colera. Napoli è una città complessa, stratificata, plurale, le cui ombre non vanno romanticizzate, ma rappresentate senza togliervi la complementare luce, e non quella artificiale delle pubblicità o di certi prodotti musicali e cinematografici. Oggi c’è chi ci riesce, apprendendo e mettendo in pratica la lezione di quei grandi, non razzolando tra le loro ceneri, ma riaccendendo il fuoco sotto quelle ceneri.  

Gallo ha ricordato la prima volta in cui il capolavoro Natale in casa Cupiello fu messo in scena senza De Filippo da Carlo Giuffré e la responsabilità di cui si sentiva investito nel ruolo di Tommasino. 500 repliche e 10 miliardi di lire di incasso, un successo. Poi Il sindaco del rione Sanità, per la regia di Mario Martone, nelle vesti di Arturo Santaniello. Ancora un successo pluripremiato. In un adattamento per la Rai di Filumena Marturano è stato Domenico Soriano, al fianco di Vanessa Scalera, Filumena, molto apprezzato anche dai giovanissimi sui social. Ogni volta studio e rispetto, per ogni personaggio rigorosa preparazione. Né imitazione né estraneità. Per interpretare i personaggi di Eduardo bisogna osservarli mentre sono in attività, ma allo stesso tempo scollandosi da essi, a distanza ravvicinata. E poi c’è qualcosa che non si insegna, ma che è un fatto di natura, l’essenza di un’artisticità diffusa e spontanea: l’amore per la scena e per gli spettatori. Per le persone. Eduardo De Filippo si è occupato dei ragazzi dell’Istituto Gaetano Filangieri, che nel Cinquecento era una fabbrica per l’esercizio di arti e mestieri e nel primo dopoguerra un convitto per giovani orfani e ragazzi che per carenze politiche, sociali ed economiche avevano trovato in attività illecite l’unica possibilità di vivere. Oggi l’asilo Filangieri è occupato da un collettivo di operatori dello spettacolo e della cultura ed è diventato un luogo di ritrovo per i giovani napoletani e non solo.

Di Eduardo qualcuno ha detto che fosse severo, ma secondo Massimiliano Gallo, che lo ha conosciuto anche attraverso le parole del padre Nunzio, è il mestiere del teatro, che è insieme lavoro e vita, a richiedere una rigida disciplina. «Una vita di sacrifici e di gelo», come disse Eduardo nel suo ultimo discorso. «Così si fa il teatro. Così ho fatto. Ma il cuore ha tremato sempre tutte le sere! E l’ho pagato, anche stasera mi batte il cuore e continuerà a battere anche quando si sarà fermato». In una sua poesia aveva scritto «Ah… si putesse dicere/ chello c’ ‘o core dice;/ quanto sarria felice/ si t’ ‘o sapesse ! […] Ma ‘o core sape scrivere?/ ‘O core è analfabeta,/ è comm’a nu pùeta/ ca nun sape cantà». C’è sempre qualcosa che non si può dire, per cui non esistono parole adeguate. È qualcosa che si può solo sentire. E i personaggi di Eduardo lo incarnano. E il pubblico continua a sentire. Ovazione per Massimiliano Gallo, che si scioglie nella commozione, perché anche lui ha sentito e ci ha fatto sentire.

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