Svolta nelle indagini sull’attentato dinamitardo compiuto il 16 ottobre dello scorso anno a Pomezia (Roma) ai danni del giornalista Sigfrido Ranucci. I Carabinieri del Nucleo Investigativo hanno eseguito un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip di Roma, su richiesta della Procura coordinata da Francesco Lo Voi, con l’accusa di tentato attentato aggravato dal metodo mafioso.
L’imprenditore ed ex giornalista-editore è considerato dagli inquirenti il mandante dell’intero disegno delittuoso. Secondo l’accusa, avrebbe ideato l’attentato e dato mandato di trovare gli esecutori materiali. Lavitola avrebbe anche partecipato di persona a un primo sopralluogo a Pomezia il 15 settembre dello scorso anno.
Gomes Clesio Tavares (latitante), cittadino camerunense attualmente ricercato (si tratterebbe in Africa), è ritenuto l’intermediario tra Lavitola e il commando. Secondo l’accusa, Gomes avrebbe reclutato e istruito i quattro esecutori materiali campani, coordinato un secondo sopralluogo il 10 ottobre 2025 e messo a disposizione l’auto del suocero per la preparazione dell’azione.

Il quadro accusatorio si basa su elementi definiti solidi dagli investigatori. A incastrare gli indagati sono stati: l’analisi incrociata dei tabulati telefonici e delle celle telefoniche agganciate nell’area dell’attentato; il tracciamento dei veicoli impiegati durante le fasi preparatorie; l’esame forense sui telefoni cellulari sequestrati, che avrebbe smontato i tentativi degli indagati di crearsi falsi alibi.

GLI INDAGATI
I giudici del tribunale del Riesame hanno confermato le misure cautelari in carcere per Antonio Passariello, Saverio Mutone e Pellegrino D’Avino. Domiciliari confermati anche per la donna del gruppo, Marika De Filippis. Confermata in pieno l’ordinanza da parte dei giudici del Riesame, dunque anche le modalità mafiose.
Restano in carcere i tre indagati che avrebbero posizionato l’ordigno davanti all’abitazione di Ranucci e che avrebbero avuto i contatti con Clesio Gomes Tavares, il tuttofare del presunto mandante dell’attentato, l’imprenditore Lavitola. Rigettati dunque i ricorsi al Riesame presentati dai legali dei quattro indagati irpini – Antonio Falconieri e Generoso Pagliarulo – che lunedì hanno discusso la revoca e l’attenuazione della misura cautelare scattata il 30 giugno. Il provvedimento è stato firmato dal pm della Procura di Roma, Edoardo De Santis che coordina l’inchiesta e che al momento conta sette indagati: gli irpini sottoposti a misura cautelare Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino, la compagna di quest’ultimo Marika De Filippis, Saverio Mutone di Sperone e l’imprenditore romano Valter Lavitola e Gomes Clesio Tavares, il tuttofare di Lavitola.
Presso il comando dei carabinieri di Roma sono state eseguite le operazioni per l’estrapolazione delle copie forensi dei dati nei dispositivi sequestrati agli indagati irpini, considerati gli esecutori materiali dell’azione intimidatoria. Il tutto per accertare i motivi che si celano dietro l’azione dinamitarda. Azione compiuta per ottenere dai 5mila ai 10mila euro. Dalle indagini è emerso che la somma avuta è stata spesa quasi tutta – da uno degli indagati raggiunto dalla misura cautelare – in una vacanza in Sicilia.



