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La sanzione è esplicita: il candidato accetta di pagare 150 mila euro per il “danno d’immagine che subirà il M5S nel caso di violazioni dallo stesso poste in essere alle regole contenute nel presente codice”. Meno chiaro è chi decide sulla colpevolezza del reo e soprattutto in base a quali criteri viene irrogata la penale: si dice solo che la multa diviene esigibile non appena “sia notificata formale contestazione a cura dello staff coordinato da Beppe Grillo e Gianroberto”. Su questo documento, pubblicato da “La Stampa” l’8 febbraio scorso si è innescata una polemica che accompagnerà la campagna elettorale per le amministrative di primavera a Roma e non solo. La posta in palio è alta, perché secondo alcuni dal risultato del voto nei grandi Comuni (Roma, Milano, Torino, Bologna…) potrebbe dipendere la sopravvivenza del governo Renzi. Probabilmente non sarà così: Renzi resterà a palazzo Chigi o dovrà sloggiare solo in seguito alla sua capacità di districarsi in eventi interni e internazionali che superano di molto l’ambito di una competizione locale, e basta guardare lo tsunami che investe le Borse di mezzo mondo, o la crisi dei rapporti fra il governo italiano e la Commissione europea, o ancora la Libia, la Siria, la Russia. Questa di far dipendere le sorti del governo dal voto di poche centinaia di migliaia di elettori a Roma o a Milano è una deformazione prospettica di cui i giornali italiani dovrebbero liberarsi una volta per tutte. Eppure il problema posto – non saprei dire con quanta consapevolezza – dai vertici del Movimento 5 Stelle ha un suo reale fondamento, che si riassume nelle regole della rappresentanza, nella democrazia dei partiti, nella qualità e nei limiti del mandato che gli eletti dal popolo esercitano una volta insediati nelle istituzioni. Quest’ultimo è un principio costituzionale sancito dall’articolo 67 della Carta, che pone un esplicito divieto di vincolo: ogni parlamentare “rappresenta la Nazione” nella sua totalità e quindi non può essere sottoposto a controlli, revoche o penalizzazioni da parte di chicchessia. Scendendo per li rami, la stessa guarentigia andrebbe riconosciuta agli eletti nelle istituzioni inferiori al parlamento, il che indubbiamente ha dato luogo a disinvolti cambi di casacca che hanno dato scandalo. Il Movimento 5 Stelle fa bene dunque a sollevare il problema, ma come intende risolverlo? Col pungo di ferro, dicono i dirigenti (lo staff della Casaleggio e i parlamentari del Direttorio), perché una città come Roma non si può governare altrimenti che con le maniere forti. Del resto, avevano anche detto che una volta conquistato il Comune avrebbero proceduto a massicce epurazioni. Ce n’è quanto basta per guardare con qualche timore all’immediato futuro. Il M5S è accreditato di buone capacità di successo alle amministrative romane, ma è legittimo chiedersi quale modello di governo cittadino e quale tipo di rapporto fra istituzioni e partiti adotterebbe una volta conquistato il Campidoglio. Perché se i giudici della legittimità politica degli eletti dal popolo sono uno staff di non eletti e due “garanti” autonominatisi tali, c’è da temere che la soluzione proposta sia peggiore del male che si vuol curare. Il parlamento sta discutendo da due anni un progetto di riforma della Costituzione nel quale si poteva proporre una diversa formulazione dell’articolo 67; una legge appena approvata alla Camera obbliga i partiti a depositare i propri bilanci, con ciò ponendo dei paletti alla garanzia del metodo democratico interno, ma i 5 Stelle non l’hanno votata, e si capisce perché: al criterio oggettivo del controllo sui bilanci loro preferiscono quello del tutto personale della conformità alla valutazione insindacabile dello staff e dei garanti. C’è al fondo il prevalere di una cultura del sospetto che colpisce in primo luogo quanti il movimento stesso ha prescelto come propri rappresentanti nelle istituzioni; ma una cosa è se la sanzione colpisce il sindaco di un piccolo Comune della Campania, altra è se a sottoporsi alla spada di Damocle di un volubile ”grande fratello” che governa un algoritmo è il sindaco della capitale d’Italia eletto direttamente dai cittadini che oltretutto lo hanno tutelato con una adeguata maggioranza consiliare . Per non dire del fatto che la minaccia di sanzioni economiche spropositate (se paragonate all’indennità che percepiscono gli amministratori locali) in caso di disobbedienza al volere dei “garanti” riporta alla mente certe inquietanti accuse rivolte ai loro capi dagli adepti pentiti della setta di Scientology.
edito dal Quotidiano del Sud

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