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Se il virus attacca la democrazia

Una settimana fa, al termine di una maratona negoziale durata 18 ore, le parti sociali – sindacati e Confindustria, con la positiva mediazione del governo – hanno firmato un protocollo in 13 punti per definire garanzie di sicurezza e modalità di comportamento per chi nell’emergenza continuerà a lavorare: sanificazione delle fabbriche e degli uffici, protezione dei dipendenti nel rispetto della privacy ma anche a tutela della salute, verifiche, controlli, interventi rapidi in caso di necessità. L’accordo è stato salutato con soddisfazione da tutti i contraenti, e ora sarà doveroso verificarne la praticabilità anche alla luce dell’evoluzione, purtroppo finora sfavorevole, dell’epidemia. Ma se è stato opportuno intervenire per assicurare un minimo di continuità al lavoro e alla produzione di beni e servizi, c’è un altro settore della vita associata che ha bisogno di regole concordate per funzionare in condizioni accettabili anche nei giorni drammatici che stiamo vivendo: e sono le istituzioni democratiche e rappresentative che regolano la vita politica del paese: governo, parlamento, organi di garanzia. I poteri dello Stato previsti dall’ordinamento costituzionale non debbono essere mortificati o depotenziati dal contagio che ci minaccia indiscriminatamente, né possono abdicare alle rispettive responsabilità in nome di un superiore principio di efficienza o di autotutela; e se è ovvio che nelle emergenze sia privilegiata la funzione decisionale che fa capo all’esecutivo, tale ipertrofia non può e non deve travalicare le competenze della rappresentanza parlamentare nella quale si esprime la sovranità popolare.

Non si tratta di un ragionamento teorico, ma del concreto funzionamento delle istituzioni. I decreti legge varati dal governo e in attesa di conversione hanno la dimensione e la dotazione finanziaria di una manovra di bilancio: solo l’ultimo, denominato “Cura Italia”, consta di 127 articoli (oltre 60 pagine di Gazzetta Ufficiale) e sposta 25 miliardi di Euro; mentre i provvedimenti che l’hanno preceduto sono ancora all’esame delle Camere. Finora il richiamo allo spirito di unità nazionale si è risolto in una rapida consultazione delle opposizioni, mentre la trattativa vera e propria per la definizione delle misure si è svolta in continue riunioni di maggioranza, con il conseguente slittamento della decisiva seduta del Consiglio dei Ministri. Ma ora il decreto comincia il suo iter parlamentare, e le opposizioni hanno rivendicato il loro ruolo di controllo, di critica, di proposta, chiedendo il rispetto delle procedure: esame in commissione, dibattito e voto in aula. Sembra scartata l’ipotesi di ammettere un sistema di votazione “a distanza”, mentre è certamente possibile contrarre al minimo i tempi e il numero degli interventi, assicurando a tutti i gruppi la possibilità di esprimersi. C’è voluto ancora una volta l’intervento discreto ma efficace del Capo dello Stato per riportare all’essenziale un confronto che si stava facendo troppo acceso, con accuse di ostruzionismo da una parte e di inettitudine dall’altra. Il Quirinale ha chiesto “capacità di ascolto reciproca”; e l’invito è parso rivolto a tutti: governo, maggioranza e opposizione, per cementare l’ “unità sostanziale di tutti i cittadini attorno ai valori costituzionali e ai simboli repubblicani”, onde evitare che il virus dell’epidemia contagi anche le istituzioni creando un pericoloso precedente.

di Guido Bossa

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