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Se la prima ondata dell’epidemia, all’inizio dell’anno e fino alla primavera inoltrata, aveva colpito soprattutto l’uomo provocando oltre trentamila vittime in Italia ma anche una reazione di solidarietà e di unità nazionale forse inattesa e comunque positiva, la seconda, in questo sciagurato autunno, sta intaccando il corpo sociale, la politica e le istituzioni del nostro Paese. E i danni rischiano di essere più gravi, poiché mentre la curva delle vittime ricomincia a salire e la tenuta delle strutture sanitarie barcolla, viene meno ogni riferimento di carattere generale. Il risultato è un permanente conflitto di competenze su chi deve fare cosa nella lotta al virus, una babele di polemiche nella quale si smarrisce il valore di una reazione solidale, univoca, programmata, e ciò genera disorientamento e al fondo disimpegno. Il cittadino non sa più a chi dar retta.

Il dato più preoccupante è la rottura fra le istituzioni e il corpo sociale, il venir meno della fiducia reciproca. Lo Stato consiglia, raccomanda, dispone, minaccia; ma non riesce a convincere perché a sua volta non propone segnali univoci: ha istituito una varietà di sedi decisionali – con gli scienziati, i tecnici, le Regioni, la Protezione civile, il Commissario straordinario, i sindaci e i prefetti – con il risultato che nessuno sa più a chi dar retta, ed è sempre più difficile trovare qualcuno che si assuma una qualche responsabilità. Stato contro Regioni, ministri contro governatori, il parlamento assente, quasi ibernato, incapace di dare indirizzi all’esecutivo o di esercitare la funzione di controllo che gli espetterebbe. L’inflazione dei decreti presidenziali, che hanno sostituito la collegialità del governo e la dialettica maggioranza-opposizione, ha portato al logoramento dello strumento, ormai rivelatosi inadeguato: gli ultimi Dpcm erano già vecchi 24 ore dopo la promulgazione da palazzo Chigi. Nel vuoto pneumatico del potere, il Capo dello Stato si affanna a tentare una ricucitura sempre più precaria: convoca i presidenti delle Camere, si appella a quelli delle Regioni, predica unità ma non può imporre alcunché. Nella generale confusione piombano annunci fuorvianti: visto che non si riesce a contenere l’espansione del virus, si punta sul vaccino: sarà pronto per Natale, no forse a gennaio o in primavera, e comunque perché tutti lo abbiano passeranno mesi; ma intanto in molte regioni non è ancora disponibile l’antidoto contro l’influenza stagionale, e ciò è veramente intollerabile. Se non si riesce a distribuire un prodotto che dovrebbe essere da mesi nei magazzini, come si farà a consegnare in tempo ciò che ancora non c’è?

Chi riflette sui dati della cronaca non può che restare sconcertato. E la prospettiva non è affatto consolatoria. In altre circostanze, non meno gravi dell’attuale (si pensi ai lunghi anni della sfida terroristica contro le istituzioni democratiche) la reazione della politica, pur dopo qualche incertezza, fu all’altezza della situazione: al di là delle diverse collocazioni parlamentari, lo spirito unitario prevalse e alla fine l’ebbe vinta. Ma ora? Nel disinteresse generale si sta per concludere l’anomalo congresso del gruppo politico più numeroso del Parlamento italiano; meno di un quinto degli iscritti vi hanno partecipato, e saranno fatti loro, dei Cinque Stelle. Ma il risultato interessa tutti e sarà, probabilmente, il rifiuto dell’alleanza strategica che il Pd di Zingaretti, a corto di idee e di prospettive, propone da tempo, inascoltato. Insomma, si andrà avanti come sempre, in disaccordo su quasi tutto tranne che sulla caparbia volontà di durare. Intanto il virus ha ripreso a mietere vittime.

di Guido Bossa

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