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Se la città soffoca sempre di più

Basta farsi un giro per le centralissime strade di una città come Napoli ed è come assistere a quella scena del film “Titanic”, dove l’orchestra continua a suonare, mentre la nave affonda, sprofondando negli abissi. La città lentamente soffoca di se stessa, e mentre le manca il respiro tenta di esorcizzare questo strozzamento, questa morte, evocando quel lontano “Cane Nero!”, mentre la città brucia. Golgota di rifiuti e ferraglia, la città moderna è inflazionata di problemi, Napoli ne è l’emblema, ed è soprattutto il simbolo del decadimento di un Sud che stenta a rialzarsi, che continua a soffrire di tare storiche, di nuovi vecchi mali che non riesce o che non vuole curare. Le città di oggi sono come bidoni di spazzatura, dentro i quali si lasciano cadere i problemi affinché vengano risolti. Il tema non può esaurirsi qui, se ci si sposta dall’esterno all’interno, in quella provincia spaesata, non viene data un’immagine migliore, anche se in questo caso la musica è sempre la stessa, come anche i musicanti sono sempre gli stessi, e sembra essere rimasto soltanto Nerone a cantare. Contraddizioni di questa modernità malata: città che soffocano sotto il proprio peso elefantiaco, mentre i paesi dell’interno, i cosiddetti piccoli centri dell’Italia minore, scompaiono, come se stessero evaporando. Siamo passati dalle “rovine” del passato, quelle che forse in qualche modo potrebbero rappresentare la nostra salvezza immaginando una valorizzazione culturale del territorio fin ora tanto inseguita quanto mai realizzata, sono diventate metaforicamente le “macerie” di un presente incapace di ri-costruire, ri-fondare la comunità. Spaesati come senza più un paese”, non c’è espressione che renda meglio quello che sta accadendo nelle zone interne. Spaesati sono gli abitanti di questi luoghi senza più paesi, dove la comunità si è sfilacciata fino a sbriciolarsi rispetto alla graniticità di una cultura e di una civiltà di un passato nemmeno troppo lontano, ma che oggi appare pura archeologia, che è stato rigettato in quanto residuo culturale ingombrante, di cui liberarsi. Pasolini sosteneva che nella provincia contadina era ancora possibile rintracciare i segni, i semi incontaminati di un’autenticità di valori che la città moderna, industrializzata, disumanizzata, aveva annientato. Inutile dire che la provincia alla quale nostalgicamente Pasolini pensava, oggi non esiste più. Il mito della modernità è stato rincorso soprattutto qui, e il risultato è sotto gli occhi di tutti: si è venduta l’anima al diavolo e il corpo martoriato di una terra prostrata dilaniata purtroppo sta ancora peggio. Si è smarrito un patrimonio di valori e si è svenduta una provincia, un territorio che ora si trova ricoperto di macerie sociali ed esistenziali, con un forte disagio in aumento e che rappresenta un inquietante indicatore di un malessere diffuso che sta mietendo vittime, soprattutto giovani, che non hanno né un presente né un futuro. Spaesati come disorientati. Le distanze città-paese si sono notevolmente ridotte, non soltanto perché le autostrade, soprattutto quelle telematiche, le corse veloci di treni e pullman, i continui spostamenti per lavoro e studio verso la città hanno favorito lo snaturamento dei luoghi, dei paesi. In qualche modo, oggi, siamo tutti cittadini della città. Spaesati come incapaci di riconoscersi nel proprio paese, nelle proprie radici, di radicarsi nel proprio luogo, e non è vero che gli uomini non hanno radici come gli alberi. Come dice Bauman, di fronte a un mondo liquido caratterizzato da incertezza, precarietà, isolamento, riemerge il bisogno di stringere legami forti recuperando il senso della comunità perduta, per uscire dal buio del post-moderno.

di Emilio De Lorenzo

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