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Se la politica non guarda ai giovani 

Fra tre giorni andremo al voto. Si chiude dunque una campagna elettorale bulimica infarcita di tante promesse e segnata da scontri verbali e qualche volta fisici. L’assenza di novità progettuali è stata compensata da quelle meteorologiche. Un fine febbraio con la neve a Roma, a Napoli e in molte zone d’Italia ha segnato questi ultimi giorni prima del voto. Ma al di là del tempo atmosferico è il tempo dell’incertezza che domina. Tra i tanti confusi i più giovani. A ricordarsi delle generazione del ’99 solo il Capo dello Stato nel suo messaggio di fine anno.

I millennians sono rimasti sullo sfondo in questa campagna elettorale. Coccolati fino ad un certo punto dalle forze politiche incapaci di trovare risposte convincenti a chi vede il futuro pieno di incertezze e come un grande punto interrogativo. Vanno al voto il prossimo quattro marzo i diciottenni e per un caso della storia è proprio a marzo, il giorno sette del 1975 che il Parlamento approva in via definitiva la legge che abbassa la maggiore età a 18, modificando a cascata una serie di diritti tra cui quello elettorale.

Una svolta epocale che nasce anni prima e affonda le sue radici nella contestazione giovanile del ‘68. Oltre quarant’anni fa i movimenti giovanili di allora erano essenzialmente di sinistra, al contrario di quelli di oggi che appaiono disillusi e disincanti di fronte alla politica. Giovani impegnati nelle fabbriche come nelle università che diedero un contributo fondamentale all’affermazione del partito comunista nelle amministrative del ’75 tanto che si cominciò a parlare di sorpasso per quelle successive, le elezioni politiche del ’76. Ma il sogno di Berlinguer rimase tale.

La novità della metà degli anni settanta è simile a quella del 1946 quando in Italia per la prima volta vanno al voto le donne. E anche in quell’occasione curiosamente c’è di mezzo il mese di marzo, il 10 per l’esattezza. Le donne votarono prima per le elezioni amministrative e poi nel referendum per scegliere tra monarchia e repubblica. Settantadue anni fa le donne e quarantatre anni fa i diciottenni. Due novità che hanno evidenziato una decisa inversione di tendenza nelle due epoche in questione.

L’Italia si lascia alle spalle un ritardo e riempie un vuoto carico di speranza e partecipazione. E’ un paese che dopo la guerra cerca un riscatto e che a metà degli anni settanta scopre i diritti. In entrambi i casi si colma un ritardo culturale con inaspettata velocità. Le donne sono subito protagoniste per esempio nell’Assemblea Costituente, i giovani costringono i partiti di allora ad un cambiamento di linguaggio e anche di nuovi leader. Nella DC sotto attacco dopo la sconfitta nel referendum sul divorzio emerge la figura di Benigno Zaccagnini, l’onesto Zac lontano nelle forme e nella sostanza dai notabili democristiani.

Oggi i nostri diciottenni non portano questa carica di innovazione. E’ la prima generazione cresciuta interamente sul web e le loro speranze e paure le riversano sui social. I sondaggi ci dicono che i 500mila giovani chiamati per la prima volta al voto hanno scarsa fiducia nei partiti soprattutto a causa della corruzione che vedono nel mondo politico. L’autorevole quotidiano britannico Guardian analizza in un articolo le ragioni che portano i giovani a disinteressarsi della politica e scrive che il disincanto è dovuto alla frustrazione per una ripresa economica di cui pochi beneficiano e resta alto il tasso di disoccupazione giovanile ma soprattutto non c’è una reale speranza che i vari leader e partiti possano invertire questa situazione. Siamo insomma un paese in piena disillusione e questa campagna elettorale è lo specchio fedele dell’Italia che investe poco o nulla sulle nuove generazioni.

di Andrea Covotta edito dal Quotidiano del Sud

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