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“So che viviamo lo stesso cielo”, Liuzzi racconta la meraviglia di vivere

Carmela Liuzzi, napoletana, romantica e sognatrice, attualmente docente di grafica d fotografia, racconta come è nato il suo primo libro: ‘’So che viviamo lo stesso cielo’’ Albatros edizioni. Lasciandosi andare ad una verità sofferta ma ad una decisione che le ha cambiato la vita, spiega come è nata l’idea del libro e poi la pubblicazione. A sostenerla ed incoraggiarla sempre, suo marito Salvatore. ‘’Nel modo più assoluto. Il mio manoscritto non era destinato ad una pubblicazione, né tantomeno ad una condivisione. La mia storia non è altro che frutto di una delusione, di una diagnosi che oggi tuona ancora impetuosa nei miei palpabili ricordi. Mi avevano dato poche speranze di avere un bambino, una difficoltà che non mi avrebbe impedito di combattere, né di rispondere fermamente alle persone che mi domandavano sfacciate quando avrei avuto un figlio, che sarebbe arrivato quando Dio si sarebbe deciso a donarmelo. È stata proprio la fede a salvarmi … anche quando le cose non andavano per il verso giusto mi convincevo: «succederà!». Nei turbamenti che mi accompagnavano, fra gli spintoni che mi avevano scaraventata a terra, ma non uccidendomi, ho fatto la cosa che ritenevo più giusta per quel momento … ho preso il mio pc e ho scritto, perdendomi nel mio immaginario, fantasticando su come poteva essere mio figlio … su come avrebbe condotto la sua vita, quali sarebbero state le sue scelte … e infine il lavoro, l’amore … ho raccontato un uomo e le sue fragilità, le sue passioni, paure e speranze. Mi sono persa in tanti racconti, portando alla luce anche eventi reali di persone che sono state davvero importanti nella mia vita e che hanno favorito la mia formazione, spirituale e professionale. Ogni ostacolo affrontato, ogni pericolo schivato hanno aggiunto un piccolo tassello alla mia esistenza …e tanti ne sono venuti fuori, favorendo la costruzione di una personalità, secondo gli altri, forte. Eppure spesso mi sono sentita a pezzi, fragile e con mille domande nella testa… nel frattempo scrivevo ancora, e ancora… fino a quando mio marito mi ha fatto notare che avevo dato vita a un vero e proprio romanzo. «Dovresti pubblicarlo!», mi ha detto. Il mio pensiero fu che fosse diventato matto, del resto le prove difficili le avevo vissute con lui. Per me era complicato immaginare di permettere agli altri di leggere ciò che mi ero portata dentro, ciò che mi aveva cambiata e per gli eventi bui che mi tenevano ancora compagnia. Chi ha letto il libro sa di cosa parlo. Pian piano il pensiero di presentare il mio manoscritto a qualcuno si faceva quasi ovvio … così ne concessi la lettura a qualche conoscente che mi aveva suggerito di presentarlo … ma ero della convinzione che le grandi case editrici tendessero a stipulare un contratto con autori già affermati. I miei genitori si erano quindi, proposti di aiutarmi a pubblicare in modo autonomo, ottenendo però, una mia risposta del tutto contrariata, «O tutto o niente!». Così il mio manoscritto è rimasto nel cassetto (del pc) per un bel po’. Fino a quando ho deciso di inviarlo, senza speranza alcuna, ad una casa editrice di Roma, Albatros. Alessandro, questo è il nome del mio editor, che ha valutato l’opera esprimendo parere favorevole, che mi ha proposto la stipula di un contratto e mi ha permesso di pubblicare il mio primo libro. A lui devo molto, perché ha creduto nella mia storia, nella poesia dolce del mio racconto. Una svolta importante che mi rende felice, perché sento di condividere un viaggio comune a molte donne, che come me hanno sognato gli occhi dei propri figli, quelli mai arrivati, o andati via prima di nascere. Sento di dover dire che bisogna sempre crederci, fino in fondo e che sia necessario avere fede. Perché di tempeste ne arrivano … di inesorabili e violente … ma dopo non può che nascere un arcobaleno, un fiore di campo, una piccola goccia di fresca rugiada a cambiarti la vita. Ce l’ho messa davvero tutta, ho lottato senza sosta … e oggi, grazie a Dio, quell’arcobaleno è con me … io, lo chiamo Francesca Pia.’’

 

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