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Negli anni Ottanta, inviato speciale de Il Mattino, fui incaricato di produrre un’inchiesta sul turismo nel Mezzogiorno. Ne vennero fuori diverse puntate, alcune molto critiche sul modo di gestire l’estate nel Sud. Villaggi che scaricavano direttamente i rifiuti in mare, in alcuni presidi carenza di servizi igienici, il limite di una cultura dell’improvvisazione quasi che il turista fosse un fastidio e non una risorsa.

Qualche giorno fa, sollecitato da una riflessione dell’amico e collega Rocco Valenti, sono andato a ricercare quella inchiesta. E sfogliando articoli e documenti ingialliti, mi sono reso conto che, dopo oltre trenta anni, quasi nulla è cambiato. Qualcosa, a dire il vero, si è modificato. In peggio. Il panorama costiero e collinare del Mezzogiorno è sempre più mortificato da una rampante speculazione edilizia.

I fatti dell’ultima ora, e quelli che li hanno recentemente preceduti, dicono che la grande industria, quella pesante per intenderci, non ha più storia. Perché, dopo anni di insediamenti inquinanti, la coscienza ambientale si è posta con decisione a salvaguardia del territorio. Dopo gli anni dell’Ilva di Bagnoli (dove la bonifica è alle porte), di Taranto, (la bonifica è già cominciata), il fallimento di Gioia Tauro del Sulcis, ora è il Petrolchimico di Siracusa ad entrare nell’occhio del ciclone.

E’ il segno che il Mezzogiorno usato per gli insediamenti pesanti ha voglia di voltare pagina. Di guardare oltre il proprio naso e di riscoprire, e rivalutare, il proprio patrimonio naturale. Che non è fatto semplicemente di “sole e mandolino”, ma dispone di enormi potenzialità naturali, storiche e monumentali che, alla luce della vocazione territoriale, possono trasformarsi in risorsa per il riscatto del Sud. Naturalmente tutto ciò è possibile solo se la questione viene affrontata con una mentalità culturale capace di far registrare una significativa inversione di tendenza. E qui tornano i risultati dell’inchiesta di cui scrivevo all’inizio che hanno finito per inquinare le radici del Sud.

Intanto va affrontato, con una diversa organizzazione, il problema del tempo utile per il turismo. Che non può essere limitato solo a due mesi o, quando va meglio, al massimo tre. Dopo di che le strutture alberghiere, per la maggior parte, serrano le porte per riaprirle quasi un anno dopo. Un esempio alternativo viene dalla fruizione dei beni ambientali per i quali non c’è sosta durante tutto l’anno. Da Pompei alla costiera amalfitana, dai trulli di Alberobello ai Bronzi di Riace, per citare solo una parte della straordinaria ricchezza dei beni archeologici e ambientali del Mezzogiorno, il flusso turistico e la capacità di accoglienza rappresentano quel valore aggiunto che, se programmato, potrebbe dare considerevoli risultati economico-sociali.

Va rimodulato lo stesso fitto degli appartamenti per i quali oggi vengono richiesti prezzi a dir poco esagerati, senza alcun controllo di chi li occupa. Accade così, come avveniva trenta anni fa, che in un appartamento con sole tre stanze vi abitino tra le quindici e le venti persone, con tutte le conseguenze che ne derivano per l’igiene pubblica e privata. Un esempio per tutti. Ricordo che una famiglia, non avendo spazio sufficiente nella casa fittata al mare, aveva sistemato una vecchietta sul balcone. E lì la poverina trascorreva le notti su una sedia a sdraio. Sembrano dettagli minimi ma non lo sono perché appannano l’immagine del Mezzogiorno e lo rendono territorio di rapina.

Allo stesso modo andrebbe seguito con attenzione e con nuove norme il fiorire di B&B che di per sé è un ottimo segnale, sia perché offre occasioni di lavoro, sia perché aumenta la cosiddetta ricettività turistica del Sud. Ma in questo pullulare, qualche volta selvaggio, si insinua il vecchio rischio dell’improvvisazione che rischia di scontentare tutti. Su questo terreno, gli enti locali e le stesse regioni, sono molto disattenti non stabilendo norme che regolano l’afflusso turistico.

A questi limiti locali facilmente superabili, si aggiungono errori straordinari compiuti dal governo centrale che continua ad affrontare la questione meridionale con la concessione di mance e balzelli vari. Acuendo ancora di più la distanza tra necessità di intervento culturale per il Sud e l’antico vizio del clientelismo spicciolo. Nel Decreto Mezzogiorno — in questi giorni è all’esame della Commissione Bilancio e andrà in aula del Senato per l’eventuale approvazione il prossimo 31 luglio – ci sono riferimenti economici a favore di alcune istituzioni da far rizzare i capelli in testa.

Sembra di tornare alla seconda fase della Cassa per il Mezzogiorno, allorché messe da parte le grandi opere infrastrutturali, si approdò a finanziamenti di marciapiedi e fontanini in piazza per dare il contentino ai ras del territorio. Certo, il nuovo ministro per il Mezzogiorno sta offrendo segnali positivi per la rinascita dell’area meridionale, il pericolo potrebbe essere quello di farsi imprigionare da logiche che sono all’origine del male del Sud, vale a dire il trasformismo, il clientelismo, il potere dei padrini del territorio che, come famelici squali, non riescono a desistere dalla tentazione di uno smodato uso del potere. Per tornare all’inchiesta dell’incipit, a me sembra che questo sia il tempo per guardare da una diversa angolatura la secolare questione meridionale. E spiego: mai come oggi le risorse non mancano, le volontà espresse dai partiti nazionali, sono tutte dentro le logiche del cambiamento, dell’innovazione tecnologica e della ricerca, le risorse locali sono uniche e irripetibili, se ben collocate nel processo della globalizzazione e di una diversa cultura. Il passo in avanti lo devono compiere le classi dirigenti, soprattutto meridionali, dimostrandosi all’altezza della nuova sfida che il Sud intende lanciare, unitariamente, come grande questione territoriale. Superando egoismi e dannosi campanilismi.

di Gianni Festa pubblicato il 23/07/2017 sul Quotidiano del Sud

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