di Domenico Gallo
Legge elettorale: torniamo alla Costituzione. E’ il titolo di un’iniziativa politica promossa da 160 costituzionalisti che hanno lanciato un grido d’allarme denunciando i numerosi profili d’incostituzionalità della riforma elettorale proposta dal governo Meloni. Il 30 giugno a Roma, i promotori del manifesto dei costituzionalisti hanno chiamato giuristi, politici e giornalisti a confrontarsi sulle ragioni che rendono questa nuova legge elettorale costituzionalmente inammissibile, invitando le forze democratiche ad una intransigente battaglia di opposizione. Il messaggio dei costituzionalisti ha avuto un eco politico importante per la presenza, assieme ad altri, dei segretari dei due principali partiti d’opposizione, Conte e Schlein. Il valore politico di quest’iniziativa sta nel fatto che, com’è accaduto nel referendum sulla giustizia, si è creata una sinergia fra la cultura espressa dalla migliore società civile ed il mondo politico, usualmente rinchiuso in una dimensione di mere convenienze tattiche. E’ importante che le principali forze politiche abbiano assunto gli argomenti della Costituzione mettendoli alla base della loro opposizione al sistema elettorale disegnato dalla riforma Meloni. Quando si mette al primo posto la la rappresentanza, quando si postula la libertà degli elettori di scegliersi i propri rappresentanti e l’eguaglianza dei voti espressi dai cittadini, vuol dire che sono stati sconfessati i miti coltivati in una lunga stagione politica, trainata da Veltroni, che ha portato il centrosinistra ad approvare nel 2017 una riforma elettorale, il rosatellum, che presentava gli stessi difetti che oggi si imputano al melonellum, tranne uno (la designazione del candidato presidente del Consiglio).
Il tema del ritorno alla Costituzione, cioè del ritorno ad una politica che si muova lungo i binari segnati dalla Costituzione e ne assuma i suoi valori come punti cardinali, non si è arrestato alla critica della riforma elettorale, ma è stato uno stimolo ad andare oltre, a percorrere una strada che possa dare una indicazione di senso alla proposta politica con la quale le opposizioni si preparano ad affrontare la prossima sfida elettorale. E’ importante che Giuseppe Conte, dopo aver denunciato il percorso di demolizione della democrazia costituzionale in atto, abbia superato una formula insignificante come “campo largo”, invocando l’esigenza che le opposizioni costruiscano una “Alleanza per la Costituzione”. Anche Elly Schlein è venuta su questo terreno ed ha dichiarato che: “non c’è miglior programma politico che attuare la nostra costituzione antifascista, articolo per articolo”. Quindi la Schlein ha parlato di tutela della salute, di istruzione, di dignità del lavoro e di diritti dei lavoratori. Sono tutti sentieri indicati dalla Costituzione, non possiamo che apprezzare il fatto che il PD, dopo averli abbandonati, voglia riprendere a percorrerli. Ma quello che ci preoccupa è il non detto. La Costituzione non si esaurisce in un programma economico-sociale, quel programma si inserisce in un contesto di valori, al vertice dei quali c’è il ripudio della guerra e la costruzione della pace e della giustizia fra le Nazioni.
Non si tratta solo di far quadrare i bilanci, il problema è il futuro: verso quale orizzonte ci stiamo muovendo. Una coalizione che vuole battere la destra dei nazionalismi e delle guerre deve proporre una visione del futuro. Quale visione sono capaci di indicare quelle forze politiche che si sono accodate alla Von der Layen e hanno votato il suo progetto “Readiness 2030” che ci vuole pronti ad una guerra con la Russia (cioè ad una terza guerra mondiale) nel 2030?
E’ questa la visione del futuro che andremmo a proporre al popolo italiano nel giorno del giudizio elettorale? Se la coalizione impugna la carta della Costituzione, allora deve mantenere fede alla promessa dei padri costituenti di salvare le generazioni future dal flagello della guerra, che di nuovo sta provocando sofferenze indicibili all’umanità.



