Sabato, 8 Agosto 2026
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“C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico, io vivo altrove, ma sento che sono intorno nate le viole”: che cosa faceva sentire a Giovanni Pascoli il profumo delle viole benché fosse lontano? Quale novità egli avvertiva nel sole, nel colore della luce, nella primavera in cui il volo di un aquilone riportava immagini della sua prima adolescenza? Anche stamattina la luce si adagia silenziosa sulla soglia delle nostre finestre, bussa ai vetri piano, lieve, come il cinguettio degli uccelli che salutano il giorno con una gioia di vivere che noi abbiamo perduto. Da giovedì sera la Chiesa è entrata nel Triduo Pasquale, una sorta di santuario, di clausura da cui uscirà stanotte rinnovata, gioiosa, lavata, in danza di Alleluia.

Tre giorni che sono come un solo giorno in cui si rinnova il racconto del commiato di Gesù dai discepoli in una sera e una Cena ultime, ma colme di doni, del buio dell’orto degli ulivi, di un bacio traditore stampato come condanna, della cattura, del processo davanti alle autorità giudaiche e romane, di un viaggio con una croce che disegnava nella polvere di Palestina il tracciato dell’amore di Dio per l’uomo fino al dono estremo di sé: “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per gli amici”. Ieri sera una grande pietra è stata posta all’imboccatura del sepolcro per dividere i morti dai vivi, per difendere inutilmente i superstiti dal contagio della morte. Stamattina regna il silenzio nelle Chiese come nelle case quando si torna dal cimitero e all’appello manca qualcuno, ma è un silenzio diverso, d’attesa, di trepidazione.

La Pasqua ci porta dentro la vita e dentro la morte, a contatto con i termini assoluti dell’esistere dove i nostri giorni sembrano contati e ogni minuto che passa ci avvicina inesorabilmente al morire. Ma è proprio così? “Anche la speme, ultima dea, fugge i sepolcri” come chiosava il Foscolo? La fede cristiana, che a volte rischia di perdersi in mille rigagnoli secondari, ha al suo centro l’annuncio stupendo di Uno che è tornato dalla morte per non mai più morire. Dietro di Lui anche noi avanziamo verso la Vita oltre la morte. Per questo nel sole che pure va consumandosi, Giovanni Pascoli sentiva qualcosa di nuovo e di antico, perché da sempre l’uomo ha sognato di sconfiggere la solitudine e la sua radicale attuazione che porta il nome di “morte”.

Gabriel Marcel, esistenzialista francese del secolo scorso, affermava che “dire a una persona “Ti voglio bene!” equivale ad affermare “Tu non morirai!”, il filosofo credente lo affermava di ogni amore che si affaccia sul “per sempre”, ma poteva dirlo nell’orizzonte del Dio-Uomo che è venuto a dire all’uomo perduto su cui incombe sempre una sera (“Ed è subito sera”): “Io ti amo, tu non morirai, niente e nessuno può strapparti dalla mia mano!”. Questa fiducia, incommensurabilmente grande, ci viene dalla Croce di Cristo che è un pennone su cui, da duemila anni, pende (o sventola?) un Corpo che ha assunto il peggio di noi per portarlo a redenzione. Certo noi continuiamo a fare esperienza del limite e della morte, ma si tratta del colpo di coda di una nemica già definitivamente sconfitta. Nei fatti ci sembra che nulla sia cambiato da quel giorno, ma in realtà tutto è cambiato e noi continuiamo a combattere, quasi disperati, nelle periferie, come quei soldati che hanno perso i contatti con il quartiere generale e non sanno che i loro compagni hanno già sbaragliato il nemico. Da duemila anni è scoppiata la Pasqua, ma non è ancora pienamente esplosa come una miccia accesa che non sia ancora giunta alla bomba cui è collegata. Il silenzio di questa mattina di Sabato Santo è pregno d’attesa, è il tempo che intercorre tra l’accensione della miccia e l’esplosione di gioia di questa notte in cui le campane impazziranno di gioia in cima ai nostri campanili in nuove ed antiche sonorità. La città sarà avvolta nel buio, con i suoi mille problemi irrisolti, le fontane di Piazza Libertà macineranno la stessa acqua, nelle case dolori e lutti, assenze e mancanze, nei palazzi del potere giungeranno mille “moniti vani”, il governo nazionale sembrerà ancora sepolto dietro una pietra che non si possa far rotolare, sul cuore di tanti peserà un macigno di ansia e di attese deluse. È proprio tutto perduto?

Le campane di Pasqua di questa notte apriranno un varco nel buio, annunceranno una vittoria, saranno messaggere di speranza per la nostra terra irpina che ancora amoreggia con la morte. Coraggio! Sento di dire a tutti gli smarriti, non lasciatevi cadere le braccia, si tratta solo di aspettare qualche minuto, “un poco ancora, un poco appena…”, e vedremo sventolare la Vita sulla morte, la Luce sul buio, la Salvezza sul peccato. Come cantava in “Generale” Francesco De Gregori “Tra due minuti è quasi giorno/ è quasi casa/ è quasi amore”. Buona Pasqua di Risurrezione a tutti.

di Arturo Aiello edito dal Quotidiano del Sud

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